La sua figura e il suo ruolo al governo della Diocesi di Siracusa
di Marco Leonzio
Fra le tante, importantissime, vicende della storia religiosa e civile che si svolsero durante il lungo episcopato di mons. Ettore Baranzini, durante la giornata di studi che si è tenuta nei locali dell’Arcivescovado di Siracusa il dieci gennaio scorso, sono state ricordate quelle relative al secondo conflitto mondiale.
Le fonti archivistiche e la pubblicistica coeva rivelano un ruolo di primissimo piano, per il presule che ebbe il difficile compito di accompagnare, confortare e spesso proteggere la chiesa siracusana e l’intero popolo della diocesi dai giorni dell’intervento a quelli del miserevole crollo del regime fascista. Prima le preghiere per la pace, a cui Baranzini esortò il clero e i fedeli dal 1938, affinché fossero evitate al mondo nuove e più terribili sofferenze, dopo quelle causate dall’inutile strage della prima guerra mondiale; poi, dal giugno 1940, le esortazioni a un amore di patria che non si trasformasse in odio e non si disgiungesse da quello cristiano: L’amore di Patria ci faccia elevare la preghiera per le vittoriose sorti della nostra Italia; mentre l’amore fraterno cristiano ci muova ad invocare l’alba del giorno auspicato dal Santo Padre in cui ‹‹le spade si abbassino e le mani, deposte le armi, finalmente si congiungano in segno di intesa e di amicizia›› ― scriveva il vescovo sul Foglio diocesano cercando di mantenere un equilibrio che si farà tanto più complesso quanto più la guerra si trasformerà nel corso di poco tempo in guerra totale e di annientamento, come mai si era visto prima nella Storia umana. Dopo le battaglie che dal 1942 in poi rovesciarono completamente le sorti della guerra a tutto sfavore dell’Asse, e con le sempre più frequenti incursioni aeree delle forze alleate, Baranzini si strinse ancora di più accanto al suo popolo, non soltanto spiritualmente, ma anche fisicamente, dentro il triste e angusto spazio del rifugio antiaereo accanto all’Arcivescovado. Qui era stato già ricoverato il prezioso simulacro argenteo di Santa Lucia, sul quale la popolazione sempre più stremata riversava le sue disperate preghiere di intercessione per la pace e per la salvezza.
Ma con la Conferenza di Casablanca del gennaio del 1943, durante la quale gli alleati avevano deciso di colpire il ventre molle dell’Asse, e con la decisione di organizzare uno spettacolare sbarco nelle coste siciliane, i bombardamenti si fecero ancora più intensi e terrificanti. Dopo la lugubre giornata del 27 febbraio, che aveva spezzato moltissime vite e lasciato un cumulo di macerie, nel Duomo il vescovo celebrò solenni funerali e confortò i siracusani, come pure fece dopo i bombardamenti del4 aprile in cui, fra le altre, pronunciò parole che rimarranno a lungo scolpite nella memoria dei siracusani. Con la benedizione confortatrice del Santo Padre, con lo sguardo rivolto a Dio che nella tribolazione è il nostro migliore rifugio, con la fiducia perseverante nel patrocinio della nostra Santa Lucia, senza scoraggiamento o smarrimenti, continuiamo a compiere il nostro dovere; ma mentre lealmente rendiamo alla Patria ciò che è della Patria, non trascuriamo di rendere a Dio ciò che è di Dio. Iddio ci richiama, per mezzo di questa immane catastrofe che si è riversata sulla povera umanità, a riflettere seriamente che cosa diventa l’uomo quando si divincola dalle supreme norme divine e dove precipita il progresso materiale quando non è illuminato dalla luce del Vangelo; a riflettere quanto sia vero, come diceva il Regnante Pontefice, che quando Gesù Cristo muore nelle anime e nei popoli si fa grande buio nel mondo. E nella settimana di Passione del 1943, si svolge l’ultima processione al rifugio antiaereo sotto la piazza del Duomo. Seguito dalle autorità civili e religiose e da molti fedeli, salmodiando l’arcivescovo giunge al vano centrale, dove si trova il simulacro di santa Lucia, compie il semplice gesto di affiggere un crocifisso e, dopo avere benedetto il rifugio, così si rivolge a un popolo attonito e commosso: “In questo rifugio che suole rigurgitare di cittadini quando la sirena chiama a provvederci di un pronto scampo per le frequenti e pericolosissime incursioni aeree, abbiamo compiuto una funzione insolita, di cui non può sfuggire l’alto e benefico significato.
Il significato è soprattutto religioso per avere portato il santo emblema della croce e le sacre immagini del Signore e della Madonna; Crocifisso e immagini che rimarranno qui a comune e cristiano conforto, insieme al venerato e nascosto simulacro della nostra S. Lucia, finché piacerà al Signore di far passare questa tremenda tempesta e di darci giorni di maggiore tranquillità e sicurezza […].Siracusa ha le sue catacombe antiche che parlano delle glorie cristiane ed ha queste catacombe moderne che dicono il lodevole e solerte interessamento delle nostre autorità di dare un asilo sicuro ai cittadini durante quelle incursioni che fanno tanto trepidare e saranno poi triste ricordo delle barbarie compiute in questo tragico novecento”. Il 10 luglio del 1943, solo poche ore dopo lo sbarco, gli alleati hanno già preso Siracusa. I fascisti, quando non sono catturati, si danno alla fuga, mentre Baranzini, che si trovava con i giovani del Seminario a Sortino rientra nella sede episcopale. I documenti inglesi e quelli dell’Archivio Storico Diocesano ci mostrano con grande evidenza come l’arcivescovo divenga l’interlocutore privilegiato degli occupanti e come poi assieme all’amministrazione alleata si prodighi per evitare una catastrofe umanitaria sulla popolazione.

Già il 12 luglio i vertici del comando inglese hanno fissato un appuntamento in Arcivescovado e, poco dopo, confermano a Londra di potere contare su Baranzini come un interlocutore sicuro. Nelle settimane e nei mesi a seguire l’arcivescovo di Siracusa si reca molte volte a visitare il campo di prigionia di Priolo e si fa tramite di alcuni appelli per la liberazione o per il miglioramento delle condizioni di detenzione. Attraverso l’Ufficio Informazioni, e grazie ai buoni rapporti con l’AMGOT(Allied Military Government of Occupied Territories), riesce a far pervenire notizie sui loro congiunti alle famiglie dei soldati catturati dalle forze alleate. A lui l’AMGOT si rivolge più volte per convincerei proprietari terrieri a consegnare il grano all’ammasso o per ricostruire un minimo di istruzione scolastica per i bambini, con l’ausilio di suore e sacerdoti che si improvvisano maestri. E poi la creazione di cucine economiche per fornire pasti ai più derelitti, e ancora la creazione di sartorie improvvisate con l’aiuto del laicato cattolico femminile per cucire ai bambini qualche vestito di sacco ai bambini poveri che si aggirano sbandati in una città ancora sbandata e umiliata. Questi momenti del suo episcopato, forse ancora non sufficientemente noti, costituirono per il presule lombardo che governò per molti anni l’Arcidiocesi di Siracusa una riserva di credibilità e di autorevolezza alla quale la Chiesa locale avrebbe sicuramente attinto per tutto il decennio successivo e negli anni della ripresa economica.
L’impatto degli eventi traumatici della seconda guerra mondiale e il ruolo di equilibrio, di mediazione e di conforto materiale e morale svolto da Baranzini nei confronti della popolazione — non soltanto di Siracusa, ma, attraverso il clero e il laicato cattolici, anche di numerosi centri della diocesi — contribuirono a consolidare un’immagine episcopale fortemente radicata nella concretezza della storia. In un tempo segnato dalla disgregazione delle strutture statali, dalla dissoluzione del consenso al regime e dall’incertezza radicale sul futuro, l’Arcivescovo seppe interpretare in modo pienamente pastorale una funzione di riferimento, di orientamento e di protezione per una comunità ferita. La sua azione si collocò dentro quella tradizione episcopale che, nei momenti di crisi estrema, tende afarsi presenza visibile, ascolto, prossimità, mediazione, e che proprio per questo assume inevitabilmente anche una rilevanza pubblica. L’esperienza della guerra, dei bombardamenti, dell’occupazione e della fame non fu, per Baranzini, soltanto una parentesi emergenziale: essa plasmò in profondità il suo modo di intendere il ministero, orientandolo verso una pastorale della responsabilità storica, della concretezza e dell’intervento diretto.

È anche a partire da questa esperienza che si può comprendere il ruolo svolto dalla Chiesa siracusana nel difficile passaggio dalla guerra alla pace, dalla monarchia alla Repubblica, dalla società rurale a quella del primo sviluppo, dentro un quadro attraversato da tensioni, fratture e conflitti sociali non secondari. In questo senso, l’azione di Baranzini durante gli anni bellici e immediatamente successivi non rappresenta soltanto una pagina significativa di storia locale, ma si inserisce a pieno titolo nella più ampia storia del cattolicesimo italiano del Novecento, chiamato a ridefinire il proprio posto nella società dopo la fine del fascismo e all’interno del nuovo orizzonte democratico.
