9 maggio 1778 – 9 maggio 2026
Nel giorno dell’anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse, il ricordo non può limitarsi alla ritualità della commemorazione. Quella vicenda, che allora sconvolse il Paese come cronaca drammatica e quotidiana, oggi appartiene alla storia d’Italia. Ma una storia che continua a interrogarci.
La morte di Moro – al netto di scenari occulti e/o internazionali non provati – segnò uno spartiacque: mostrò fino a dove può spingersi il fanatismo quando l’ideologia pretende di sostituirsi alla democrazia, al dialogo, al rispetto della persona. E insieme mise in luce il coraggio di uomini e donne che, pur tra conflitti e contraddizioni, credevano davvero che la politica fosse uno strumento per migliorare la società, non un’arena di odio permanente.
Da quel sacrificio avremmo dovuto imparare che la democrazia è fragile e richiede responsabilità, cultura, partecipazione. Che il dissenso non può mai trasformarsi in disumanizzazione dell’avversario. Che la violenza verbale, prima ancora di quella fisica, avvelena lentamente la convivenza civile.
Eppure, osservando il presente, sembra che molte lezioni rischino di essere dimenticate. Ignoranza e arroganza trovano oggi nuovi amplificatori: superficialità, aggressività continua, semplificazioni che cancellano il pensiero critico. Cambiano i linguaggi e gli strumenti, ma resta identico il pericolo di una società che rinuncia al confronto e preferisce lo scontro.
Reagire alle barbarie di oggi significa allora difendere ogni giorno il valore della conoscenza, della memoria e della parola responsabile. Significa educare al dubbio invece che al pregiudizio, alla complessità invece agli slogan. E significa soprattutto non cedere alla rassegnazione: perché ogni stagione civile nasce da persone che scelgono di impegnarsi, anche quando il clima sembra ostile.
Ricordare Moro, ancora oggi, non vuol dire soltanto guardare al passato. Vuol dire chiederci che idea di società vogliamo costruire e se siamo ancora capaci di credere che la politica, la cultura e il dialogo possano essere strumenti di umanità e non di distruzione.
