Nel giorno del compleanno di Maria, il racconto di un’infermiera e di una famiglia migrante che da Lampedusa a Sortino si intrecciano in una storia di dolore, cura e integrazione, diventando il segno concreto di un’accoglienza che genera futuro

Quando la luce si spegne, non è solo il mondo a diventare buio, è il senso stesso delle cose a vacillare. All’inizio non vedi nulla. Non perché non ci sia più niente, ma perché tutto ciò che prima dava forma alla vita improvvisamente si spezza. Rimane un nero assoluto, che non è solo assenza di luce: è assenza di direzione, di futuro, di parole che sappiano contenere ciò che è accaduto. Poi accade qualcosa. Non fuori, dentro di te. Gli occhi non si abituano davvero all’oscurità, ma imparano a non soccombere. Ogni gesto diventa incerto, ogni passo pesa. È in quella ormai familiare oscurità che, a volte, trovi un fiammifero, una luce fragile che non cancella il buio, ma lo attraversa. E in quella luce imperfetta inizi a vedere in modo diverso. La fiamma non elimina la notte, la rende abitabile. E forse è proprio questo il mistero più difficile da accettare. Che la vita, anche dopo una grande perdita può ancora diventare un luogo in cui si respira. In questa nuova penombra iniziano ad accadere cose strane e delicate. Segni minimi. Presenze leggere. Incastri che non sai spiegare. Una parola che arriva nel momento esatto in cui stavi per crollare. Un incontro che non avevi cercato. Una pace improvvisa che non nasce da te, ma ti attraversa. C’è chi le chiama coincidenze. Oppure sono ciò che si potrebbe chiamare, con pudore, dioincidenze: quei punti invisibili in cui il dolore e la vita si sfiorano senza annullarsi, e dove qualcosa – o Qualcuno – sembra ricordarti che non sei stato abbandonato nel buio. A raccontarci di una dioincidenza è Maria, un’infermiera vicina alla pensione che ha sempre speso la sua vita nella cura e nell’accoglienza. Maria lavora al P.T.E. (Presidio Territoriale di Emergenza) di Lampedusa: sbarchi di migranti, naufragi, ipotermia, urgenze vitali con risorse limitate sono pane quotidiano in questo piccolo presidio di frontiera.

Si trova in servizio quando riceve una chiamata che le cambia la vita: sua figlia ha avuto un incidente e non ce l’ha fatta. In preda alla disperazione che solo una mamma può provare in un momento così straziante, cerca un volo per tornare a casa ma per quel giorno non sono previsti voli da Lampedusa. L’unica speranza è un volo attivato per il trasferimento di un uomo, un immigrato. Maria sale su quel volo e grazie all’urgenza di quell’uomo riesce a tornare a Palermo per l’ultimo saluto alla figlia. Nessuna luce. Solo una presenza sottile, nel tempo. Maria, donna del servizio, torna a lavorare in quello stesso luogo dove è morta, insieme a sua figlia. Non lo sa ancora ma l’isola la sta attendendo per ridarle nuova vita. Il 31 luglio del 2021 a Lampedusa arriva un barcone proveniente dalla Tunisia, uno di quelli che si vedono annunciare al telegiornale e che provocano tra molti indignazione e odio. Un barcone pieno di immigrati, sì, ma prima di tutto pieno di persone, sogni e speranze. A bordo c’è anche Rita, una donna ivoriana al nono mese d’attesa. Rita arriva con le contrazioni già in corso. Non essendoci sull’isola né un ginecologo, né una struttura ospedaliera, viene immediatamente trasferita a Palermo. L’elicottero però ha un problema tecnico e riportano Rita nuovamente a Lampedusa. Ma la bambina deve nascere e non c’è altro tempo da perdere. Quel giorno Maria è in servizio al P.T.E (Presidio territoriale di Emergenza). Non ci sono i mezzi, né una sala parto ma ci sono delle mani pronte ad agire: «Sono uscita fuori e ho detto alla Madonnina di Porto Salvo: “Io non sono ostetrica, non sono ginecologo, sono solo una serva della tua vigna. Serviti delle mie mani per fare andare tutto bene.”»

 

 In una splendida giornata di sole, a Lampedusa, nasce la prima bambina dopo 51 anni. La mamma Rita decide di chiamarla Maria, come l’infermiera che l’ha aiutata durante il travaglio. «Il marito mi ha detto una cosa bellissima: “Nella nostra cultura, quando una bambina riceve il nostro nome è come se fosse anche nostra figlia.” Lo ha detto con una profondità dell’anima sconvolgente. Nella mia vita ho sentito pochi “grazie” detti così, con il cuore.» Così l’infermiera Maria ci racconta il legame speciale creatosi con la piccola Maria, un legame fatto di attenzioni e cura che ha intrecciato queste due realtà così distanti fino a fonderle. Questa dioincidenza così sottile ci ricorda che al di là della diversità culturale, al di là delle barriere linguistiche, il bene arriva sempre. È un’onda che si propaga, un seme che sta ad ognuno di noi far crescere a disposizione degli altri. L’infermiera Maria dopo la sua perdita, si è smarrita ma qualcosa di più grande le ha dato la possibilità di trasformare quell’immenso dolore in forza e speranza. In vita. In tutto questo, forse, si intravede una forma di bellezza che non è mai separata dalla ferita. Una bellezza collaterale. La piccola Maria oggi ha cinque anni ed è la più giovane cittadina onoraria di Lampedusa. Dopo lo sbarco sull’isola, la sua famiglia ha scelto di restare in Sicilia, ricostruendo la propria vita a Sortino, nel Siracusano. Un percorso reso possibile grazie al progetto di accoglienza diffusa del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) gestito dall’impresa sociale Passwork, presieduta da Sebastiano Scaglione, nell’ambito del progetto dell’Unione dei Comuni Valle degli Iblei. Per capire cosa significhi davvero “accoglienza”, bisogna andare oltre l’immagine di un tetto e di un pasto caldo. «L’accoglienza integrata consiste nel dare alle persone gli strumenti per poter vivere in autonomia», spiega Andrea Baffo, responsabile dei servizi di accoglienza di Passwork. «Significa accompagnarle nell’ottenimento dei documenti, garantire assistenza legale, sanitaria e amministrativa, insegnare la lingua italiana, costruire percorsi di formazione e favorire l’inserimento lavorativo.» Fondata nel 2000, Passwork opera da oltre vent’anni nel campo dell’innovazione sociale. Dopo una prima fase dedicata alla ricerca e alla progettazione sui fenomeni migratori, dal 2014 gestisce direttamente i progetti SAI nel Siracusano. Dal 2017 segue anche il progetto di accoglienza diffusa dell’Unione dei Comuni Valle degli Iblei, dove le famiglie vengono accolte in appartamenti e accompagnate quotidianamente da un’équipe composta da mediatori culturali, assistenti sociali, educatori e psicologi.

È proprio in questo contesto che la famiglia di Maria ha trovato la possibilità di ricominciare. «Quello che cercavano non era altro che una normalità: un posto in cui far crescere i figli in serenità, lavorare e sentirsi parte della comunità. Un traguardo che oggi appare sempre più vicino, grazie ai documenti ottenuti, all’inserimento lavorativo e ai bambini che stanno costruendo qui il proprio futuro», racconta Damiano Marchisio, mediatore culturale di Passwork che ha seguito il loro percorso. Per Marchisio, però, il significato dell’integrazione va oltre la storia di una singola famiglia. «L’integrazione è un percorso reciproco. Non devono cambiare soltanto le persone che arrivano, ma anche la comunità che le accoglie. In questi anni abbiamo visto crescere entrambe.» È un cambiamento che, spiega, si misura nei gesti quotidiani più che nei numeri. «All’inizio c’erano cittadini che raccoglievano firme per impedire l’apertura delle comunità. Oggi quegli stessi vicini invitano i nostri ragazzi alle feste di compleanno dei loro figli.» Oppure, aggiunge, «i cittadini comprano il pane preparato da un giovane arrivato dal Bangladesh. Può sembrare un gesto semplice, ma significa fidarsi. È la dimostrazione che quei ragazzi non sono più percepiti come estranei, ma come parte della comunità.»

Anche Baffo sottolinea come il lavoro non si esaurisca con l’assistenza. Negli anni Passwork ha costruito una rete di aziende che ospitano tirocini formativi e favoriscono l’inserimento lavorativo dei beneficiari. Un modello riconosciuto dal Servizio Centrale del SAI (Servizio ministeriale di Accoglienza e Integrazione) come buona pratica nazionale. «L’obiettivo», spiega, «è che le persone possano restare sul territorio in piena autonomia.» Ed è quello che è accaduto alla famiglia di Maria. Oggi vive a Sortino, dove i genitori lavorano e i bambini frequentano la scuola. Una presenza che, come sottolinea Passwork, contribuisce anche alla vitalità dei piccoli comuni dell’entroterra siracusano, contrastando lo spopolamento e creando nuove relazioni sociali.

La storia di Maria sembra riassumere tutto questo percorso. Da neonata salvata nel Mediterraneo è diventata il volto di un’integrazione possibile. Nei giorni scorsi è tornata a Lampedusa, il luogo del suo approdo, per accompagnare Papa Leone XIV fino alla Porta d’Europa insieme ad altri bambini, ricevendone la benedizione. Un ritorno che assume un forte valore simbolico: non quello di chi cerca ancora una destinazione, ma di una bambina che una casa l’ha ormai trovata.

Condividi: