Lentini. Cosa ci fa una statua greca, rinvenuta a Lentini e simbolo dell’antica Leontìnoi, all’ingresso di una mostra sull’Ottocento nel cuore di Catania?

È l’interrogativo, tutt’altro che retorico, lanciato dall’archeologo Massimo Frasca, già direttore della Scuola di specializzazione in beni archeologici dell’ateneo catanese, in un articolato e accorato appello rivolto al sindaco di Catania, Enrico Trantino.

La statua in questione è il cosiddetto “Kouros ritrovato”, la preziosa statua greca frutto del controverso assemblaggio del “kouros di Lentini” – un torso maschile risalente agli inizi del V secolo a.C., acquistato dall’archeologo Paolo Orsi nel 1904 e conservato da sempre nel Museo di Siracusa – con la “testa Biscari”, rinvenuta nel Settecento dal principe Ignazio Paternò Castello e di proprietà del Museo civico del Castello Ursino di Catania. Operazione eseguita alcuni anni fa nei laboratori del Centro regionale per la progettazione e il restauro ma mai appunto pienamente condivisa dall’intero mondo accademico.

Nelle scorse settimane il “Kouros ritrovato” è tornato al centro dell’attenzione pubblica dopo esser stato trasferito da Lentini (dove era stato esposto per poco più di un anno) a Catania, dove resterà – per un anno? – nel monastero di Santa Chiara come “simbolo culturale e identitario” della città etnea in vista della candidatura a Capitale italiana della cultura 2028.

«Il nostro novello Proserpino (Pino per gli amici) come la più celebrata dea Proserpina – ironizza Frasca – ha ripreso il suo alterno viaggiare». Dopo essere stato in mostra in questi anni a Palermo, Catania, Siracusa, Atene e in ultimo Lentini, il “Kouros ritrovato” è tornato adesso nuovamente Catania.

Massimo Frasca

«Il povero Pino – sottolinea Frasca – si era illuso di potere restare più a lungo nella sua Patria, nel Museo di Lentini, dove in una bella e confortevole sala poteva accogliere i visitatori e chissà, forse anche i discendenti di quei nobili lentinesi che avevano commissionato le sculture, facendo venire a proprie spese il marmo (o le statue) dalla lontana isola di Paro, e forse con il marmo anche gli scultori per eseguirle o rifinirle».

Ed è proprio su questo punto che si concentra la perplessità – ma sarebbe più corretto parlare di indignazione – dell’archeologo Massimo Frasca: come può un’opera che non appartiene al patrimonio storico di Catania, né geograficamente né culturalmente, essere promossa come “punto di riferimento identitario” per la città?

Frasca, che si occupa da anni di Leontinoi anche per i suoi profondi legami con il territorio, voce autorevole nel dibattito sul patrimonio siciliano, pone interrogativi che non possono essere archiviati come polemiche accademiche. Da cittadino catanese, chiede conto al suo sindaco di una decisione che pare più politica che culturale: «Signor Sindaco – domanda – da chi si è fatto consigliare? Perché la scelta è caduta sul Kouros di Leontìnoi, che non è identitario neanche di sé stesso, visto che è un accrocco tra una testa e un torso che non sono pertinenti?».

Eracle con leontè

Il paradosso si acuisce se si considera che Catania vanta un patrimonio archeologico ricchissimo e spesso dimenticato, a partire dalle collezioni del Museo di Castello Ursino. Frasca suggerisce un’alternativa concreta e più coerente: la statua di Eracle con leontè, rinvenuta nel Settecento in via Crociferi, nel cuore barocco della città. Un’opera mutila quanto il kouros, ma con il pregio della pertinenza storica e topografica, e soprattutto dotata della sua testa originale.

La vicenda sfiora il tema più ampio della strumentalizzazione del patrimonio culturale a fini promozionali o di immagine, in un tempo in cui la cultura viene spesso trattata come una vetrina, piuttosto che come una responsabilità collettiva.

«Signor Sindaco – sottolinea Frasca rivolgendosi al primo cittadino etneo – lei che ne ha l’autorità e la possibilità, ponga fine a quest’operazione inutile, costosa e pericolosa per sculture originali di 2.600 anni fa».

Chiaro e preciso l’appello di Frasca: riportare la testa del kouros alla collezione Biscari, restituendole visibilità nel museo civico catanese, e far tornare il torso nel Museo archeologico di Lentini, dove appartiene per storia, identità e contesto.

«Forse è davvero arrivato il momento di dare più spazio alla cultura – afferma Frasca – piuttosto che alle decisioni politiche».

 

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