Chi favorisce la “sistematica negazione dei servizi minimi di assistenza”
Nella provincia di Siracusa, lontano dalle grandi direttrici urbane e dai riflettori della politica regionale, si consuma una crisi silenziosa ma devastante: la progressiva scomparsa dei medici di base. Un’emergenza che colpisce in modo particolare i piccoli centri dell’entroterra, come Sortino, Cassaro, Ferla e Francofonte, lasciando migliaia di cittadini senza un presidio sanitario fondamentale.
A Sortino, cittadina di circa 8.000 abitanti, la situazione ha ormai superato la soglia dell’allarme. Il pensionamento progressivo dei medici di medicina generale, non accompagnato da un adeguato ricambio, ha prodotto un effetto paradossale: i pochi professionisti rimasti sono costretti a gestire un numero di pazienti ben oltre i limiti sostenibili, compromettendo inevitabilmente la qualità dell’assistenza.
Addirittura, sempre a Sortino, si è cercato di arginare la falla con due medici part-time in sostituzione dei medici massimalisti andati in pensione — senza possibilità di deroga — impedendo di fatto non solo diagnosi, cure e prescrizioni, ma persino la certificazione medica per i lavoratori in malattia, con conseguenze facilmente immaginabili sull’affollamento dei pronto soccorso e, nel medio periodo, dei reparti ospedalieri a causa del cronicizzarsi delle patologie.
Non si tratta più di inefficienze temporanee o ritardi burocratici. Qui siamo di fronte a una vera e propria desertificazione sanitaria, figlia di una mancata programmazione da parte della Regione Siciliana e dello Stato italiano, incapaci finora di affrontare con visione e concretezza un problema strutturale. I numeri parlano chiaro: nei prossimi anni centinaia di medici andranno in pensione e, senza interventi mirati, interi territori rischiano di restare scoperti.
Le conseguenze sociali sono drammatiche. L’accesso alle cure primarie diventa un percorso a ostacoli, soprattutto per anziani e soggetti fragili. Le liste d’attesa si allungano, i servizi si frammentano e cresce una tendenza inquietante: la rinuncia alle cure. Sempre più cittadini, scoraggiati o impossibilitati a sostenere i costi della sanità privata, scelgono di non curarsi affatto. È una resa silenziosa che mina alla base il principio sancito dall’articolo 32 della Costituzione: il diritto universale alla salute.
In questo contesto, appare ancora più evidente la distanza tra le istituzioni regionali e i bisogni reali delle comunità locali. Le risposte finora messe in campo — come la presenza saltuaria di medici per pochi giorni a settimana — si sono rivelate del tutto insufficienti, se non addirittura simboliche.
Non a caso, cresce anche la preoccupazione dei sindaci del territorio. I primi cittadini di Cassaro e Ferla hanno infatti deciso di intervenire formalmente, sollecitando l’Asp a un’azione immediata.
«Come rappresentanti delle nostre comunità avvertiamo il dovere di intervenire con tempestività per tutelare i nostri concittadini e garantire la presenza di un presidio sanitario stabile, vicino e continuativo», dichiarano, sottolineando come questo servizio costituisca «un riferimento essenziale per la sicurezza e la salute pubblica».
Nella nota indirizzata alla Direzione dell’Asp, i sindaci chiedono l’attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per il pieno ripristino del servizio di medicina generale, valutando ogni soluzione utile, compresa l’assegnazione di nuovi incarichi o il potenziamento dei presidi esistenti.
E ribadiscono con fermezza l’intenzione di non abbassare la guardia: continueranno a seguire con la massima attenzione l’evolversi della situazione, mantenendo alta la vigilanza affinché venga assicurata ai cittadini una risposta rapida e concreta.
Eppure, proprio da uno di questi piccoli centri arriva anche un segnale politico forte, inatteso e coraggioso. A Sortino, un gruppo di giovani consiglieri comunali riuniti sotto il nome di “Sortino Spazio Comune” ha deciso di rompere l’inerzia e sfidare apertamente lo status quo, portando in Consiglio Comunale una mozione sulla sanità che rappresenta molto più di un atto formale: è un grido politico, sociale e civile.
La mozione, approvata il 15 aprile 2026, denuncia senza mezzi termini una «sistematica negazione dei servizi minimi di assistenza» e mette nero su bianco le criticità di un sistema sanitario sempre più distante dai cittadini. Vengono evidenziate la mancanza di programmazione, la gestione inefficiente delle risorse e il divario crescente tra Nord e Sud del Paese.
Ma soprattutto, il documento compie un passo politico importante: chiama alla responsabilità tutti i livelli istituzionali, dal Presidente della Regione all’Asp, chiedendo misure straordinarie e urgenti. Non solo: invita anche gli altri Comuni della provincia a fare rete, trasformando una crisi locale in una battaglia collettiva.
È un atto che rompe gli equilibri consolidati, mettendo in discussione anche quelle che vengono percepite come vere e proprie “lobby della sanità”, interessate più alla gestione del sistema che alla sua equità. In un territorio spesso segnato da rassegnazione e silenzi, la scelta di questi giovani amministratori assume un valore simbolico potente.
La loro iniziativa dimostra che la politica, quando torna a radicarsi nella vita reale delle persone, può ancora essere uno strumento di cambiamento. Ma evidenzia anche una verità scomoda: senza una presa di responsabilità concreta da parte della Regione Siciliana, il rischio è che questi territori vengano progressivamente abbandonati.
La crisi dei medici di base nella provincia di Siracusa non è solo un problema sanitario. È una questione di giustizia sociale, di diritti, di dignità. E oggi, grazie al coraggio di una piccola comunità, non può più essere ignorata.
La domanda sorge spontanea: a chi giova tutto questo? Chi è così cinico da investire sulla pelle dei cittadini, o così incapace da non rendersi conto dei limiti della propria azione amministrativa e lasciare spazio a chi potrebbe davvero garantire un servizio efficiente e giusto?
