Franco Neri è stato definito, nei manifesti listati a lutto e nei numerosissimi messaggi comparsi sui social, “Il cannoloterapeuta”. Ma questa era soltanto l’ultima delle tante definizioni che hanno cercato di raccontare una personalità ricca e sfaccettata (anche sfacciata).

Franco era nella realtà una Fenice. La sua tempra si è forgiata attraverso le molteplici esperienze che ha vissuto, rinascendo ogni volta, sia dopo i successi sia dopo gli insuccessi, affrontati sempre con la stessa passione e con una straordinaria capacità di ricominciare.

Il padre Alfio, oltre sessant’anni fa, aveva trasferito a Siracusa la tradizione della pasticceria lentinese – affine a quella catanese – del Mokambo. Franco, instancabile e creativo, seppe andare oltre, realizzando in Ortigia, quando ormai da tempo nessuno scommetteva più sullo “scoggiu”, le Terrazze Mokambo. Proprio quel luogo è stato ricordato dal sindaco Francesco Italia nel messaggio di cordoglio a nome della città, come simbolo della sua dote più preziosa: «Era un visionario». A lui, ha sottolineato il primo cittadino, Siracusa deve molto per le iniziative culturali, turistiche e gastronomiche promosse negli ultimi anni con il gruppo G60 nel dehors “Neri”.

Il laboratorio Alfio Neri, seguendo l’estro del suo “direttore artistico”, ha saputo custodire la tradizione delle cassatelle di Sant’Agata e della cuccìa di Santa Lucia, continuando al tempo stesso a innovare il gusto siciliano attraverso il coinvolgimento delle eccellenze del territorio. Ne sono esempio le perle di mandorla: le paste che univano la qualità della mandorla di Avola al Moscato di Siracusa. A confezionarle singolarmente era la mamma di Franco, Massimo e Salvo, che accoglieva e intratteneva i clienti con il suo sorriso elegante.

È verosimile che siano state proprio le tante rinascite cui Franco aveva abituato chi gli voleva bene – anche quelle più dolorose, talvolta cercate pur di restare fedele alla propria indole – a sviluppare in lui una particolare empatia verso ogni animo sensibile. Per questo il figlio Lorenzo, nel suo commosso saluto al padre, pronunciato in un Santuario della Madonnina gremito di volti segnati dalla commozione, ha potuto dire: «A putia nun si chiuri – come tu sostenevi a ogni costo – perché è stata e sarà sempre un punto di riferimento per quanti hanno desiderio o bisogno di un abbraccio umano». Numerose anche le testimonianze di silenziosa generosità richiamate da don Gianluca Belfiore nel corso dell’omelia.

Resilienza e buon gusto, accompagnati dalla passione per la musica che Franco Neri ha coltivato per tutta la vita, andando alla ricerca di autentiche chicche provenienti da ogni parte del mondo, come accadde con gli Inti-Illimani, giunti in Italia a seguito dell’esilio dopo il golpe cileno. Una sensibilità vissuta nella dimensione pubblica e in quella privata, che Mariella – con la quale stava programmando le nozze proprio nel giorno della nascita della nipotina Matilde – ha voluto ricordare anche nell’ultimo colpo di “burdellu” che “antrasarta” Franco ha regalato a tutti con uno scherzo dal sapore amaro, quello di un funerale con un caldo non indifferente: «… almeno co piaciri». E gli amici gli hanno reso il favore deviando il corteo fino “a putia” sotto un sole capace di confondere lacrime e sudore, in perfetto stile Franco Neri: un “in-solito ignoto” tanto amato che tanto ha dato – a modo suo – alla sua città.

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