Titolo della settimana: La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana, 2003.
Il cinema italiano non è nuovo a produzioni cinematografiche concentrate su saghe familiari. Basti basti pensare a Scola, Visconti, Bellocchio o Bertolucci. Nel titolo che proponiamo questa settimana si affrontano 37 anni della nostra storia recente.
E’ un racconto che parte dal 1966 e arriva agli anni 2000. Il film è un omaggio a Pier Paolo Pasolini e alla sua raccolta di poesie del 1954, dal titolo La meglio gioventù, che ne ha ispirato la trama.
Lo stesso Pasolini  era già stato protagonista del film di Giordana dal titolo “Pasolini, un delitto italiano”, 1995.
Giordana è un regista del cosiddetto cinema di impegno civile sulla scia dei Petri, Damiani, Rosi: ha descritto con lucidità e rigore molti casi scottanti e mai del tutto chiariti del nostro paese. Oltre a Pasolini, degni di nota sono stati Romanzo di una strage sulla triste vicenda della strage di Piazza Fontana e soprattutto I Cento passi sull’omicidio del giornalista Peppino Impastato. Queste pellicole hanno scosso l’opinione pubblica accendendo dibattiti, questo significa che hanno centrato l’obiettivo. Ma  è con La meglio gioventù che Giordana tocca il punto più alto della sua carriera. Con sei ore di film girato che tuttavia volano via in un attimo, il film ci regala, attraverso gli occhi e le vicende personali di una famiglia romana medio borghese un’affresco su quasi quarant’anni di storia:  un padre, una madre, due maschi e due femmine,
I luoghi: da Roma a Palermo, dalla Toscana a Torino, toccando addirittura Capo Nord in Norvegia, meta di ristoro per giovani universitari di fine anni 60. Gli eventi: l’alluvione di Firenze e le prime ombre sull’Italia lette come segno premonitore della fine degli anni d’oro del boom; gli anni settanta dietro l’angolo, anni di sangue, lacrime e piombo. I contesti: lo sfondo politico e sociale, le vite dei Carati e soprattutto dei fratelli, Nicola e Matteo che si incrociano, si perdono e si ritrovano.
Dopo la maturità Nicola intraprende la facoltà di  medicina mentre Matteo si arruola in polizia. Ma prima di incamminarsi per le loro strade, in quell’estate del 1966 incontreranno Giorgia che segnerà per sempre le loro vite.
Nonostante la lunghezza, il racconto non perde mai il ritmo, anzi, man mano che le vicende si sviluppano lo spettatore viene come rapito e si sente partecipe insieme agli attori del cambiamento e degli accadimenti storici del nostro paese: non poteva mancare la contestazione studentesca del 68, la vittoria al mundial spagnolo del 1982 dell’Italia di Enzo Bearzot, i tragici anni ’90 segnati dalle stragi Falcone e Borsellino e Tangentopoli. Il film, come per chiudere il cerchio della vita, si conclude con il figlio di  Matteo, Andrea, che visita Capo Nord: luogo dove sarebbe dovuto andare il padre insieme  allo zio Nicola, in quella fatidica estate del 1966.
In origine il film è stato presentato come una fiction di quattro puntate ma con scarso successo, fortunatamente nel 2003 con la versione di sei ore si è aggiudicato il premio  Certain Regarde a Cannes.
Grande il lavoro del regista e degli sceneggiatori Rulli e Petraglia che riescono a dare spessore a tutti i personaggi del racconto. Anche il cast che annovera attori di diverse generazioni si dimostra all’altezza. Ricordiamo oltre ai due protagonisti Luigi Lo Cascio e Alessio Boni anche Jasmine Trinca, Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Andrea Tidona e molti altri; citazione particolare per una splendida Adriana Asti nel ruolo della madre.
Un meritatissimo successo anche nel mondo. Sei ore spese bene per una pellicola unica, che una volta vista non si dimentica: che punta dritto al cervello e al cuore… senza mai pensare di poter incontrare il Coronavirus.
Condividi: