Addio a monsignor Costanzo, voce profetica e pastore della speranza

La Chiesa di Siracusa e l’intera comunità provinciale e siciliana piangono la scomparsa, all’età di 92 anni, di monsignor Giuseppe Costanzo, arcivescovo emerito di Siracusa. Uomo di profonda preparazione teologica, di raffinata cultura e di straordinaria sensibilità pastorale, Costanzo ha lasciato un segno indelebile nella storia recente della diocesi e del territorio.

Per me, che ho avuto il privilegio di ricevere la sua prefazione nel volume del 1995 La notte di Santa Lucia. Cronaca di un terremoto lungo cinque anni e, venticinque anni dopo, la sua piena disponibilità a una preziosa intervista per il libro del 2015 La notte più buia. Il terremoto di Santa Lucia 25 anni dopo, la sua perdita ha anche un valore profondamente personale: a lui mi legavano stima, rispetto e affetto.

Nel 1995, nell’introdurre il libro scritto con il collega della Gazzetta del Sud Aldo Mantineo, poneva l’accento sul contrasto tra la festa e la tragedia:

«La notte di Santa Lucia – scriveva – mi richiama la vigilia trepida della festa, della gioia, della speranza. Rivedo col pensiero la grande folla che, ogni anno, nel giorno della festa, come un fiume in piena, accompagna, attraverso le vie della città aretusea, il simulacro della Patrona venerata ed amatissima. Ma è una immagine in netto contrasto con quella evocata dalla parola “terremoto”, per di più “lungo cinque anni”. Un senso di angoscia attanaglia e colpisce come un pugno nello stomaco. È ancora presente come un incubo la drammaticità di quegli interminabili 43 secondi che, come se non bastasse, qualcuno ha pensato di protrarre per cinque lunghi anni! E non è ancora la fine!».

«Ma – tuonava – non vogliamo lasciarci dominare dallo smarrimento. Non vogliamo cedere allo scoraggiamento e all’angoscia. La vita continua. Lo dicemmo allora. Lo ripetiamo ora. Bisogna reagire e ricostruire, sorretti dalla speranza, resi forti dalla gran voglia di vivere, sostenuti dalla certezza che Dio mette alla prova, ma non abbandona».

«Questo libro – scriveva con chiarezza – ci dice la stanchezza e la sofferenza che già da tempo mettono a dura prova la fiducia e la pazienza di quanti anelano a ricostruire la casa, a restaurare la chiesa, a riparare gli edifici pubblici danneggiati dal sisma. Racconta la delusione e la rabbia di chi da anni assiste impotente al gioco cinico dei potenti che si palleggiano le responsabilità e lasciano inutilizzato il denaro pubblico. Un’immobilità irritante. Una situazione comatosa».

Con parole forti e paterne denunciava l’immobilismo e lo scoramento: «Tanta gente non ha più nemmeno la forza di gridare i propri diritti. Ma il pastore non può tacere. Il suo compito è proprio di vegliare, svegliare e gridare. La voce del pastore allontana i lupi e incoraggia il gregge. La notte di Santa Lucia sembra continuare, avvolgendoci nel buio più fitto».

«La cronaca ci racconta le notti dei primi giorni del sisma trascorse all’aperto, ma la notte più lunga è certamente quella passata a rivendicare i propri diritti. Una notte così estenuante che a poco a poco ha quasi spento ogni luce di solidarietà, di slancio generoso, di fraterna collaborazione. C’è il rischio della rassegnazione e all’assopimento. E proprio questo è da scongiurare. Sarebbe letale. Si deve reagire con determinazione. Si deve “forzare l’aurora a nascere” (G. La Pira). È l’impegno a non cedere alla rassegnazione, a non curvare la schiena al sopruso dei potenti, a non lasciare stagnare la speranza». E concludeva «la Chiesa in questo impegno è in prima linea, compagna di viaggio e solidale col destino degli uomini. Voce che ridesta e scuote le coscienze, che fa vibrare le corde della speranza, che si erge a baluardo di diritti inalienabili e imprescrittibili. Amica fedele dell’uomo che invoca riscatto».

Venticinque anni dopo, nell’intervista contenuta in La notte più buia, ricordava i sentimenti di quei giorni: «Un istintivo senso di sgomento e di paura, immediatamente seguiti dal bisogno di accorrere, soccorrere e confortare. Sul piano della fede, la preoccupazione era aiutare le persone a non soccombere nella prova, a non dubitare dell’amore di Dio, a non vedere nel terremoto un castigo». Sottolineava la solidarietà della Chiesa e dei volontari: «Eccellente fu il lavoro della Caritas diocesana, sostenuta da quella nazionale. Ammirevole la dedizione dei volontari che non guardarono a fatiche e sacrifici».

E non mancò di ricordare i suoi moniti: «Non so se furono necessari a scuotere, certamente non furono inutili». Già nei giorni immediatamente successivi al sisma, il suo appello “Nessuno chiuda il suo cuore” fu un grido di solidarietà: «Io credo che nessuno resterà insensibile a tanta sofferenza, che nessuno chiuderà il suo cuore al bisogno dei fratelli. Nessuno vorrà essere felice da solo».

Con la sua scomparsa, la diocesi e la comunità perdono un pastore di rara statura, che seppe unire profondità culturale e coraggio profetico, denuncia e speranza, fede e impegno civile.

Per me rimane il dono di aver potuto custodire nei miei libri le sue parole, limpide e vibranti: un’eredità preziosa, che continuerà a illuminare la memoria e la coscienza del nostro territorio.

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