Carissimi,

in questa Prima Domenica di Avvento, vi raggiungo con la presente per accompagnare la consegna della lettera pastorale Fidem servavi, evidenziando alcuni pensieri per alimentare spiritualmente la nostra preparazione al Natale del Signore e per sostenere il nostro cammino di fede, il nostro servizio pastorale, il nostro impegno di testimonianza cristiana. L’accoglienza della venuta del Signore ci pone in un’estasi di stupore, di contemplazione e di adorazione, ci apre alla comunione ecclesiale e ci sostiene nell’opera comune di trasmissione della fede e di profezia della carità.

  1. Il Natale del Signore: fondamento del mistero di Dio nel mistero dell’uomo

Con l’Incarnazione del Verbo, Dio non è più distante o separato dall’uomo: l’Onnipotente si incarna, il mistero della trascendenza di Dio si è avvicinato all’uomo, si è fatto intimo all’uomo ed è veramente nell’uomo.

Non comprenderemo mai abbastanza questo mistero, ma se accogliamo la venuta del Signore con intensità di fede, non possiamo che vivere un’estasi continua. Credere in Dio è vivere davvero una vita che ha dimensioni infinite, perché ci pone dinanzi al mistero di Dio che si dona a noi e ci eleva a Lui. La nostra vita così piccola, così povera in sé, così umile, porta le dimensioni stesse di Dio che si è fatto uomo per vivere in noi. Nel suo Spirito, Egli si è unito a noi, perché la nostra vita diventasse la sua vita, affinché la sua vita diventasse la nostra. E noi, per il mistero del Natale del Signore, siamo immersi in un’estasi di adorazione e di lode.

Il teologo Hans Urs von Balthasar affermava che «Dio si rivela nell’uomo, per condurlo all’adorazione di Colui che nessun occhio vide» (H.U. von Balthasar, Verbum Caro, 103). E aggiungeva: «Dio è amore, e noi possiamo conoscerlo e viverne. Ma questo amore come tale è il puro prodigio, che ci supera sempre infinitamente con la sua irradiazione, che mai possiamo dominare e ci è dato solo di adorare perennemente» (Ib., 196). Se comprendessimo davvero il dono del Natale del Signore, non potremmo che vivere un perenne trascendimento nel mistero di Dio che nel suo Figlio per lo Spirito Santo entra nel mistero della nostra vita.

Papa Leone XIV, nella sua ultima lettera apostolica, ha ribadito: «Ciò che Cristo è per natura, noi lo diventiamo per grazia. Attraverso l’opera della redenzione, Dio non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma Colui che ci ha creati in modo meraviglioso ci ha resi partecipi, in modo ancor più mirabile, della sua natura divina (cfr 2Pt 1,4).

La divinizzazione è quindi la vera umanizzazione. Ecco perché l’esistenza dell’uomo punta al di là di sé, cerca al di là di sé, desidera al di là di sé ed è inquieta finché non riposa in Dio: Deus enim solus satiat, Dio solo soddisfa l’uomo! Solo Dio, nella sua infinità, può soddisfare l’infinito desiderio del cuore umano, e per questo il Figlio di Dio ha voluto diventare nostro fratello e redentore» (Leone XIV, In unitate fidei, 7).

  1. Il Natale del Signore: fondamento della comunione ecclesiale

La comunione con Dio ristabilisce la comunione con tutti. La nascita di Gesù rinnova tutti i rapporti degli uomini. La comunione con il Cristo è il fondamento della comunione fraterna e della comunione col mondo.

La comunione tra gli uomini ha la sua origine nel cuore di Dio che si dona a noi nell’Incarnazione del suo Figlio Unigenito. Quindi, l’unione fra noi diventa la prova della nostra unione con Cristo: «Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Senza l’unione a Cristo e senza la carità verso altri, non possiamo vivere la comunione con Dio. La solidarietà con gli uomini è la condizione della nostra unione con Dio, perché Dio abita nella carità e nell’amore: «Dov’è carità e amore, qui c’è Dio» (Canto).

Papa Leone XIV ha affermato che la comunione ecclesiale «nasce dall’impulso dello Spirito, unisce le diversità e crea i ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri. È importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata con la confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo. Su questa strada siamo chiamati a camminare […], perché di tale fraternità abbiamo tutti bisogno. Ne ha bisogno la Chiesa, ne hanno bisogno le relazioni tra laici e presbiteri, tra i presbiteri e i vescovi, tra i vescovi e il Papa, così come ne hanno bisogno la vita pastorale, il dialogo ecumenico e il rapporto di amicizia che la Chiesa desidera intrattenere con il mondo. Impegniamoci a fare delle nostre diversità un laboratorio di unità e di comunione, di fraternità e di riconciliazione, perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri» (Leone XIV, La forza del Vangelo, 38-39). Egli ci rassicura: «Sulla strada della vita non si cammina mai da soli. Il nostro cammino è sempre intrecciato con quello di qualcun altro: siamo fatti per l’incontro, per camminare insieme e per scoprire insieme una meta comune» (Ib., 28).

  1. Il Natale del Signore: fondamento della coscienza missionaria della Chiesa

Il mistero del Natale fonda la missione cristiana nella testimonianza di ciò che si è contemplato, nell’incontro che si è istaurato con il Dio della vita, nel rapporto personale di fede che si è stabilito (cf. 1Gv 1,3) e, al contempo, indica la finalità di ogni scuola di evangelizzazione nella partecipazione alla vita divina, nell’estasi di una contemplazione perfetta, nel vivere davanti a Dio «che ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13).

La venuta del Signore è il fondamento della coscienza missionaria della Chiesa, perché la sua presenza tra noi ravviva in ciascuno i propri carismi per l’annuncio del Vangelo e per la crescita del regno di Dio nel mondo. «Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto» (Leone XIV, In unitate fidei, 1).

Con la nascita di Gesù, entra nel mondo la pace di Dio che è un dono attivo e coinvolgente. Gesù, principe della pace, ci dona di crescere nell’amicizia con Lui per costruire la pace nel cuore, per trasformare la pace intima in pace sociale e per rispondere alla missione più urgente della Chiesa di oggi: essere lievito di pace e di speranza.

Con l’Incarnazione del Verbo, la carità di Dio dimora dentro di noi, nella nostra vita, nella nostra storia e nelle scelte importanti. Come ai cristiani di Colossi, anche a noi San Paolo ricorda: «Al di sopra di tutto ci sia la carità!» (Col 3,14). Dunque, ogni nostra azione sia motivata e costruita nella carità divina che anima la carità sociale.

Come testimoni fedeli di Cristo, siamo chiamati a mostrare che la nostra speranza in Lui è viva e che il nostro servizio di carità si edifica già in questo mondo, ma si apre anche nel dono della vita del mondo che verrà.

 

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Incrementiamo la nostra fede e continuiamo a camminare insieme nella speranza, per crescere nella comunione con Dio, per costruire la Chiesa sinodale missionaria, per portare a tutti la gioia del Vangelo, la pace di Cristo, la carità divina, per condurre il mondo a Dio e ravvivare la profezia sociale.

Andiamo incontro al Signore che viene, perché «ci ha resi degni di stare alla sua Presenza» (Preghiera eucaristica II). Viviamo l’intensità della fede, realizziamo la comunione con Dio e con i fratelli, offriamo la nostra testimonianza di carità per accendere negli altri il desiderio di conoscere Dio, di incontrarlo e di amarlo.

Buon cammino di Avvento a tutti.

Vi benedico di vero cuore.

✠ Francesco Lomanto
Arcivescovo

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