Un folto pubblico ha fatto da degna cornice alla dotta presentazione del libro “Il fascismo e noi – Un’interpretazione filosofica” di Roberto Esposito, professore emerito di Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e filosofo di fama internazionale, presentato al museo Paolo Orsi di Siracusa il 28 -11-2025. E’ stato Roberto Fai, del Collegio Siciliano di filosofia, a condurne lo svolgimento, avendo sollecitato l’autore, dopo un breve cenno biografico, con una serie di domande mirate a sviscerare il contenuto e il percorso creativo del saggio. In questa sua rilettura critica, Esposito propone un confronto filosofico che riconosca la macchina fascista nella sua ambivalenza, ispirandosi a Heidegger, Deleuze e Freud per smontarla dall’interno. Egli interpreta il fascismo come una “macchina metafisica”, emerso come risposta autoritaria alla crisi capitalista degli anni ’20, non solo un regime storico ma un dispositivo che opera oltre il potere politico, suddivide la realtà in opposti per sovrapporli e rifunzionalizzarli (destra e sinistra, rivoluzione e conservazione), occupando ogni posizione ideologica ed espellendo l’avversario dal campo discorsivo. La macchina fascista è “realizzata”, concreta, eccita emozioni religiose e miti.
Contro di essa, l’antifascismo non basta a negarla: richiede riconoscimento interiore per contrastare la sua latenza capitalista e securitaria contemporanea. Il fascismo decontestualizza concetti – come mito e tecnologia, capitalismo e anticapitalismo – per egemonizzarli, simile ai sovranismi odierni che difendono “differenze” per imporre identità normalizzante. Oggi, i sovranismi trumpiani replicano questa dinamica sovrapponendo opposti (identità/differenza, fede/sospetto) per egemonizzare il discorso, con Trump che incarna un carisma teologico-politico per scatenare emozioni, rendendo il fascismo latente in ogni persona ciascuno come forza produttiva. In quest’ottica le masse desiderano sottomissione volontaria per proiezione esterna della distruzione, le folle non solo obbediscono ma desiderano l’oppressione, identificandosi con il capo, mentre il sadismo verso i deboli compensa il masochismo verso i forti, come descritto da Fromm.

Tra le domande poste da Fai anche un richiesta di approfondire il rapporto tra fascismo e futurismo. Il libro non dedica un capitolo specifico al futurismo, ma lo integra nella sua analisi del fascismo come “macchina metafisica” generativa, vedendolo come precursore di una dinamica che esalta la forza, la violenza e la macchina come principi regolatori della realtà, il futurismo di Marinetti anticipa il fascismo esaltando la guerra come “igiene del mondo”, la velocità e il progresso meccanico, preparando il terreno per un dominio antropologico che Esposito descrive come espansione egemonica del fascismo su ogni posizione ideologica, dove l’uomo scompare al servizio dello Stato totalitario: il rifiuto del passato e l’esaltazione della forza futurista confluirono nel fascismo come “progetto di dominio universale fondato su superiorità antropologica”, rendendo il movimento un “patrimonio spirituale” del regime. Marinetti e i futuristi aderirono inizialmente al fascismo, secondo Croce l’origine ideale del fascismo risiede nel futurismo, ma le tensioni emersero quando il regime impose realismo contro l’avanguardia; secondo Esposito la macchina fascista assorbì avanguardie come il futurismo, trasformandole in strumento di propaganda.

L’antifascismo rischia di essere obsoleto se rimane difensivo: nel libro “Il fascismo e noi” c’è una morale antifascista proattiva e interiore: non basta condannare il fascismo come passato storico, ma serve riconoscerne la latenza pulsionale e metafisica in ciascuno per smontarla, passando da un antifascismo difensivo e obsoleto a uno che affronti la “macchina” dall’interno attraverso filosofia, psicoanalisi e apertura all’alterità. Contro sovranismi contemporanei che replicano la sovrapposizione fascista di opposti, la morale espositiana invita a un riconoscimento attivo dei comportamenti sociali, favorendo un antifascismo che vada oltre la memoria per generare spazi di resistenza quotidiana e non ideologica.
L’autore, infine, probabilmente incentivato dalle recenti molteplici presentazioni del libro in Sicilia, ha – forse timidamente – accostato l’analisi al contesto isolano, storicamente sensibile a narrazioni identitarie e totalitarie, invitando a una riflessione locale su eredità sovraniste e resistenze culturali.
