Le Porte Sante hanno aperto il varco alla speranza e rimangono custodi di ogni respiro del pellegrinaggio
Importanti eventi si susseguono in questi giorni nella vita della Chiesa e, se ad essi si rivolge un’attenta analisi, sono fortemente connessi alla vita umana. Si è concluso un anno, tristemente segnato da guerre e lacerazioni umane, che ripetutamente ha interpellato la voce del Magistero; è giunto al termine l’Anno Santo con la chiusura delle Porte Sante delle grandi basiliche romane e del mondo intero; il mese di gennaio si è aperto con l’accorato messaggio di pace del Santo Padre.
La lotta tra tenebre e luce, cui assistiamo, è una triste costante e sembra che non ci siano dubbi sul vincitore, ma il tempo che viviamo chiede un di più nella speranza. L’anno trascorso ha segnato ogni giorno un passo nel pellegrinaggio verso la speranza chiesto dal cammino giubilare. La morte di papa Francesco, testimone della speranza fino all’ultimo giorno della Sua vita, sembrava avesse segnato la conclusione precoce del giubileo, ma il saluto di pace di papa Leone XIV all’inizio del pontificato ha offerto una rinnovata fiducia: “Questa è la pace di Cristo risorto. Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio. Dio che ci ama tutti incondizionatamente. (…) Il mondo ha bisogno della sua luce”. A questa luce è necessario guardare!
I nazionalismi riemersi in modo pericoloso, le lacerazioni causate dalle guerre appaiono oggi insanabili e il trionfo degli egoismi politici e soprattutto economici, mascherati da urgenti necessità, trova impreparato un mondo che si era illuso, forse, del raggiungimento di una pace definitiva. Si assiste alla disgregazione del diritto internazionale, messo a tacere da nazioni più forti militarmente che cercano, con arrogante aggressività, un nuovo equilibrio mondiale basato esclusivamente su forza militare e ricchezza. Il monito ripetuto in ogni occasione da papa Francesco sulla ‘terza guerra mondiale a pezzi’ è la realtà che oggi viviamo. Il diffuso silenzio e la connivenza di chi dovrebbe urlare contro le ingiustizie, i massacri, le prepotenze, l’assurdità di continue azioni di guerra, sostiene le tenebre e causa un rumore insostenibile. Le voci a sostegno della pace e della verità sono autorevoli e chiare (l’esempio più commovente è quello del cardinale Pizzaballa) ma rimangono spesso isolate e impotenti. La chiusura delle Porte Sante che si conclude con il sigillo della porta della Basilica di San Pietro potrebbe essere letta, oggi, in chiave negativa. Si chiude forse ad una speranza resa debole e vulnerabile? E cosa rimane fuori da quelle Porte varcate da migliaia di persone? Gli aneliti che hanno attraversato ogni singola porta sono rimasti inascoltati? Quali bisogni sono stati consegnati, nel silenzio di ogni singola vita, ai luoghi deputati al pellegrinaggio verso la speranza? Sono ancora tanti gli interrogativi che bisogna porsi. Chi ha perso tutto, dalla casa ai familiari, chi ha subito violenza, chi è stato violato, chi è stato abbandonato, chi è stato escluso, chi è stato dimenticato nella propria solitudine e nella propria povertà: nessuno di loro ha potuto attraversare una Porta Santa, nessuno ha potuto vivere l’idea di essere pellegrino di speranza. Per questi fratelli cosa rappresenta la chiusura delle Porte Sante e cosa rimane dentro ogni edificio di cui si chiude la porta? Le risposte a queste domande potrebbero essere tutte negative e l’evento giubilare considerato fallimentare.

C’è forse un modo differente di rispondere a tutta la serie di interrogativi che sovente tormentano l’animo umano. Le tenebre forzano la battaglia per la morte ma la luce a cui bisogna rivolgere lo sguardo è ben altra realtà. Il passaggio è d’obbligo: dalla luce alla Luce. Il giubileo non ha proposto inni, leader, azioni di forza; ciò che è stato suggerito nel pellegrinaggio di speranza è stato quello che disse papa Francesco il 25 dicembre 2024 in occasione dell’apertura dell’anno giubilare, “Questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore”. L’evento dell’Incarnazione, rimeditato nel cammino dell’intero anno, è stata l’occasione per guardare al proprio modo di vivere l’amore in compagnia di Cristo, il Dio fatto uomo. Il giubileo ha visto importanti gesti di amore, accoglienza, volontariato, costruzione di spazi per offrire una nuova speranza; ha aperto il cuore alla generosità di innumerevoli sconosciuti che si sono caricati il peso della povertà e della solitudine di altrettanti sconosciuti, ovvero ha consentito di ribaltare tanti sguardi concentrati esclusivamente su se stessi per far loro incontrare gli occhi del bisogno. I grandi eventi annunciati e anche vissuti nell’anno giubilare sono stati occasione di scoperta, confronto, rinascita. I più deboli, gli esclusi dal mondo, i popoli in guerra, gli affamati, tutti sono stati inclusi nel cammino di giubilo dall’azione missionaria e generosa della Chiesa testimoniata anche da migliaia di volontari che vivono l’appartenenza a Cristo nella silenziosa donazione del proprio tempo, nella condivisione della fede in Cristo e che, durante l’Anno Santo, hanno operato varcando quotidianamente la Porta Santa dell’alterità. Le Porte Sante, deputate al rito, hanno aperto il varco alla speranza e, con la loro chiusura, rimangono custodi di ogni respiro del pellegrinaggio vissuto in comunione con Cristo. I gesti esteriori sono stati trasfigurati dalla scoperta e dal rinnovamento di una moltitudine di incontri.
Il nuovo anno è iniziato con la celebrazione della giornata della pace dell’1 gennaio 2026. Papa Leone , nel rituale messaggio pronunciato, ha voluto ribadire l’importanza della speranza a cui è stato dedicato l’anno giubilare, ribadendo la necessità di una pace disarmata e disarmante e invitando a non lasciarsi opprimere dalla realtà in cui viviamo. “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi ( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata ( Prov 18,19)». Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).
Potremmo cantare, con le parole di Lucio Dalla che “l’anno vecchio è finito, ormai, ma qualcosa ancora qui non va”. È preferibile, però, guardare ancora alla semplice culla di Betlemme che ci ha donato il Padre per accogliere la nostra fragilità e stare con noi, per ripensare la storia partendo dalle relazioni umane, per vivere il futuro nell’oggi di Dio.
