di Franco Cirillo* e Salvo Sorbello**

Oggi si celebra la 34ª Giornata mondiale del Malato, che viene ricordata anche a Siracusa su iniziativa dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della salute.

È l’occasione per riflettere sulla situazione sanitaria della realtà locale, che da decenni attende la realizzazione di un nuovo ospedale adeguato alle esigenze dei nostri tempi.

Dobbiamo purtroppo registrare come anche nel nostro territorio esistano già oggi disuguaglianze che pesano in modo drammatico sulla vita dei malati più fragili. Il cittadino più povero, anziano o solo incontra spesso difficoltà concrete persino nel raggiungere i luoghi di cura. Non sempre può contare sull’aiuto di figli o nipoti che lo accompagnino e, in molti casi, occorre potenziare l’assistenza domiciliare, indispensabile per chi è colpito da patologie complesse o invalidanti.

Queste condizioni rendono evidente un rischio che non può più essere ignorato: quello di una sanità a due velocità, nella quale le malattie gravi – basti pensare ai tumori – non sono vissute allo stesso modo da tutti. Esistono, di fatto, pazienti più vulnerabili, malati «di serie B», penalizzati non dalla diagnosi in sé ma dal contesto sociale, economico e territoriale in cui vivono.

È una situazione che impone una responsabilità collettiva. La salute non può dipendere dal reddito, dalla rete familiare o dalla capacità di spostarsi autonomamente. Occorre fare tutto il possibile affinché nella nostra provincia la gravità di una malattia non si traduca in un’ulteriore ingiustizia, garantendo pari accesso alle cure, ai servizi e all’accompagnamento assistenziale.

A rendere questa sfida ancora più urgente è l’andamento demografico: nei prossimi decenni avremo un numero crescente di anziani, malati cronici e persone non autosufficienti. Un cambiamento che richiede una profonda revisione delle priorità del sistema sanitario e sociale.

«Non vorrei esservi troppo di peso». È una frase che molti anziani pronunciano rivolgendosi ai propri familiari, spesso con voce bassa e con un pudore che pesa quanto la malattia stessa. Parole che, da un lato, chiamano a una risposta netta e affettuosa – un familiare non è mai un peso – e, dall’altro, rivelano una realtà più profonda: invecchiare, ammalarsi e aver bisogno di assistenza rappresentano una responsabilità seria e, talvolta, un problema gravoso per chi è chiamato a prendersi cura.

È proprio per questo che nessuna famiglia può essere lasciata sola. L’assistenza a una persona fragile non è solo una questione privata, ma una sfida sociale che riguarda tutti. Non devono mai mancare sostegno, condivisione e accompagnamento.

In questo contesto, la compassione – al centro del Messaggio di Papa Leone XIV per questa Giornata – non può ridursi a un sentimento generico o a una semplice commozione. «Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione», scrive il Pontefice, sottolineando come essa non possa mai ridursi a un sentimento passeggero, ma debba tradursi in gesti concreti di attenzione e servizio verso chi soffre.

Nel suo Messaggio, Leone XIV cita Papa Francesco e l’enciclica Fratelli tutti, ricordando che la compassione autentica coinvolge l’intera comunità: «Il Samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità».

Il testo pone una domanda che interpella credenti e non credenti: «Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi?». Una domanda quanto mai attuale in un mondo definito dal Papa «iperconnesso», ma che vede purtroppo moltiplicarsi quotidianamente nuove forme di isolamento, solitudine e mancanza di speranza.

Richiamando il secondo capitolo di Fratelli tutti e l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, il Messaggio ribadisce che la persona umana si realizza pienamente solo nelle relazioni interpersonali. «Il vero rimedio alle ferite dell’umanità – si legge – è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio».

Una prospettiva che assume un valore particolare nel contesto della malattia, dove la sofferenza può facilmente generare un senso di abbandono e solitudine. «Prendersi cura» va ben oltre il semplice «curare»: significa riconoscere e custodire la dignità del malato.

Sono da ricordare ogni giorno le parole del Vangelo di Luca: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Un invito che, oggi come allora, chiede di trasformare la compassione in stile di vita quotidiano.

– (*) Presidente dell’Euro Mediterranean Rehabilitation Summer School

–(**)  Presidente del Comitato consultivo aziendale Asp di Siracusa

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