Adesso occorre scongiurare che l’Italia diventi una oligarchia di poteri autonomamente autoreferenziali

L’esito referendario ha già fatto cadere poltrone eccellenti, ma il disagio nelle istituzioni democratiche parte da lontano.

Erano gli anni ’90 del secolo scorso e sembra proprio sia passato un millennio.
Anni che iniziarono con una vittoriosa stagione referendaria che voleva rinvigorire la politica e l’Amministrazione pubblica italiana. Fu introdotto il principio dei collegi uninominali per dare un volto territoriale ai deputati; furono abolite le preferenze multiple per eliminare le cordate politiche malsane; si introdusse l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle Province e delle Regioni, con il vincolo massimo di due mandati per bloccare la formazione di poteri locali in grado di minare il libero consenso.

Erano gli anni in cui eroici magistrati e le loro scorte pagarono tragicamente il prezzo della reazione istituzionale alle logiche mafiose che ostacolavano la modernizzazione dell’Italia.

A tutto questo fece eco la reazione compatta della “società civile”, che credette nella possibilità di incidere concretamente nella vita politica della nazione. A Palermo di parlò di “primavera siciliana”, stagione che a Siracusa fu rappresentata al meglio dall’amministrazione del sindaco Marco Fatuzzo.

Adesso, “digiamolo pure” – come direbbe Fiorello imitando La Russa –,  dei buoni propositi dei protagonisti della stagione referendaria degli anni ’90 non se n’è salvato alcuno.

I politici nazionali hanno perso appeal e svuotato i seggi elettorali; i giornalisti hanno perso credibilità fino al punto da portare alla chiusura anche delle edicole; i magistrati… basti dire che nel ’93 nemmeno Nostradamus avrebbe potuto prevedere un referendum che mettesse in discussione la loro stessa autonomia. Poi nulla è stato come prima: nessun codice etico e deontologico è stato fatto valere per tempo contro i politici corrotti, i giornalisti prezzolati, i magistrati di dubbia imparzialità; anzi, per evitare equivoci, invece di normare l’“abuso d’ufficio”, lo si è abolito, con buona pace dei procedimenti in corso contro politici e magistrati infedeli; per i giornalisti, invece, resta il gioco strumentale del fuoco incrociato delle querele per diffamazione.

Detto questo, tuttavia, il paziente popolo sovrano ha compreso l’emergenza democratica e si è recato alle urne e, a prescindere dal risultato, è stata una buona cosa vedere le urne piene come non accadeva da tempo. La partecipazione giovanile è un segnale oltremodo positivo.

Una partecipazione significativa che forse può scoraggiare la nefasta riforma elettorale in agguato nei corridoi parlamentari, che vuole completare l’opera di demolizione del voto democratico avviata con l’anticostituzionale “porcellum”, il sistema elettorale che, come un cavallo di Troia, ha demolito le istanze dei referendum degli anni ’90, consegnandoci una classe parlamentare illegittima e modesta, devota solo a chi la nomina e non certo al popolo, non più sovrano.

Con la proposta  presentata dall’attuale maggioranza e, come per il porcellum, nei fatti avallata dall’attuale minoranza, si vuole completare la trasformazione della Repubblica italiana in un’oligarchia autoreferenziale, in cui tutti i deputati e i senatori siano nominati da pochi capibastone.

Se questo è lo stato delle cose, allora è evidente che, a parte i cittadini che hanno espresso liberamente il proprio voto, nessun partito e nessuna associazione possono cantare “Bella ciao” per l’esito del referendum.

Certo, nella Prima Repubblica – anch’essa non immune a limiti e distorsioni, anzi – non c’era bisogno di una sconfitta elettorale per chiedere le dimissioni di politici raggiunti da avvisi di garanzia o in affari con pregiudicati; così come, nella stessa Prima Repubblica, non era pensabile che un magistrato chiedesse gli arresti per un rappresentante delle istituzioni sulla base di documenti alterati, di intercettazioni manipolate e poi, dopo anni di sequestro umano e politico dell’innocente – dichiarato tale da altri magistrati giudicanti – far finta di nulla e continuare a fare carriera.

Adesso l’auspicio è che lo stesso fervore registrato lo scorso marzo continui, per bloccare la ventilata riforma elettorale oligarchica prima che sia troppo tardi.

Gli italiani, ancora una volta, al momento del bisogno, hanno dimostrato che a tutto c’è un limite.

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