Ogni anno, il 4 maggio, la terrazza degli iblei festeggia il “suo” Santo Patrono, San Sebastiano,

con canoni che non hanno eguali in Sicilia.

E’ un appuntamento di fede, pellegrinaggio e tradizione che si rinnova puntualmente dal 1414, anno in cui il simulacro di san Sebastiano venne trasferito nella cittadina iblea dal sottostante porto Trogilo, dove era stato spiaggiato da una tempesta che aveva provocato il naufragio di una nave proveniente dall’Adriatico.

Infatti, secondo la tradizione, che si è tramandata di generazione in generazione, il 1° maggio 1414 i melillesi furono testimoni di un evento prodigioso, che cambiò radicalmente la devozione verso san Sebastiano non solo nel centro ibleo, ma anche in tanti paesi viciniori, dove il culto al Bimartire si radicò in modo esponenziale, facendo sì che in tutti i paesi iblei fosse edificata una chiesa in suo onore e si festeggiasse con solennità.

Il venerato simulacro ricoperto di ex voto

Narra la tradizione che negli ultimi giorni di aprile del 1414 una nave, che racchiudeva il simulacro di san Sebastiano naufragò nel piccolo porticciolo di Stentino. I marinai, che erano a conoscenza dell’importante e prezioso carico si industriarono per recuperare la cassa con il simulacro senza riuscirvi, così come il vescovo di Siracusa, Tommaso De Erbes. Solo il tentativo del clero e dei fedeli melillesi ebbe successo e la cassa divenne talmente leggera da essere trasferita processionalmente a Melilli, e si fermò in contrada Carcarella dove si trovava una grotta (forse una chiesa rupestre), in cui si venerava un’effige di san Sebastiano.

In quel luogo fu edificata una chiesa, distrutta dal disastroso terremoto del 9/11 gennaio 1693, che colpì in modo disastroso tutto il val di Noto.

Il culto a San Sebastiano di Melilli, poi, è cresciuto nel corso dei secoli e si è diffuso anche nei centri vicini, da dove ogni anno tantissimi devoti pellegrini raggiungono il paese ibleo per rendere omaggio al Santo dei miracoli.

Fra l’altro, la particolare devozione a questo santo, espressa secondo canoni che non hanno l’eguale in Sicilia, ha suscitato nel tempo l’interesse di tanti studiosi di tradizioni di tradizioni popolari, che l’hanno descritta con dovizie di particolari.

Ad attrarre la loro attenzione è stata soprattutto la fama del “Santo miracoloso”, che ha valicato gli angusti confini della provincia aretusea.

Infatti, è il pellegrinaggio a piedi nudi nel cuor della notte di donne e bambini, ma anche di uomini e donne vestiti di bianco con un fazzoletto in testa, una fascia rossa a tracolla e ai fianchi e un mazzo di fiori in mano (i nuri), che correndo alle prime luci dell’alba chiedono la grazia o ringraziano il santo per averla ottenuta, il momento più emozionante vissuto con pathos da tutti i presenti.

L’esigenza di guarigione, scrive Liliane Dufour, motiva il pellegrinaggio e si fonda essenzialmente sulla fede nel miracolo, poiché nulla è impossibile al sacro. Il pellegrinaggio comporta necessariamente lo spostamento verso il santuario: la distanza e la difficoltà del percorso contribuiscono ad attribuire meriti al pellegrino e ne accrescono le possibilità di ottenere la grazia. Il pellegrinaggio è un percorso rituale, costellato di atti di mortificazione e penitenza, cn un graduale avvicinamento alle reliquie o immagini sacre, il cui contatto solamente può assicurare la guarigione o la grazia”.

Il pellegrinaggio, che affrontano centinaia di pellegrini è, dunque, restituire il dono ricevuto attraverso il sacrificio del lungo percorso che si compie a piedi scalzi e nudi sopportando i tormenti provocati dalle impervietà dei luoghi. Avviene di notte, perché è nella lunga notte oscura che il pellegrino deve restituire il dono della grazia ricevuta o chiederla offrendo i suoi sacrifici.

Questa devozione venne sancita dal papa Sisto V, che, con bolla papale del 6 agosto 1586, concesse l’indulgenza di sette anni ed altrettante quarantene a chi, confessato, si fosse recato in pellegrinaggio al santuario di san Sebastiano di Melilli il giorno della festa dai primi vespri al tramonto.

E’ frutto della bolla papale la tradizione che registra la presenza dei pellegrini fin dalle prime ore della notte, in attesa che, dopo un lungo viaggio notturno di preghiere e invocazioni, vengano aperte le porte del santuario per sostare in religioso silenzio, meditazione e preghiera davanti al simulacro di san Sebastiano e sciogliere finalmente il voto promesso ed ottenere le indulgenze.

I pellegrini, provenienti da molti centri del siracusano, del ragusano e del catanese (Augusta, Canicattini, Cassaro, Ferla, Giarratana, Sortino, Palazzolo, Solarino, Militello, ecc.), implorano il miracolo al Santo taumaturgo.

Fra l’altro, il 12 ottobre 1697, con delibera di decurionato, san Sebastiano venne acclamato all’unanimità ad sonum campanae patrono principale di Melilli, in sostituzione di san Nicolò vescovo, che si venera in chiesa Madre. Delibera che venne confermata successivamente con breve pontificio, il 1° novembre 1703.

I festeggiamenti in onore di san Sebastiano, come scritto prima, si celebrano il 4 maggio (la data venne spostata dal 1°maggio per non sovrapporsi alla festa del lavoro).

Il 3maggio, vigilia della festa, di sera, si porta in processione “u vrazzolu” (braccio argenteo contenente le reliquie del santo) che dalla chiesa Madre raggiunge la basilica di san Sebastiano.

Dopo questa breve processione, ha inizio la lunga notte, nel corso della quale i pellegrini a piedi scalzi e salmodiando raggiungono Melilli stanchi ma felici di aver adempiuto alla promessa e aspettano con ansia l’apertura della chiesa che avviene puntualmente alla 4 del mattino.

In questa notte, il silenzio è rotto dalle continue orazioni di centinaia di pellegrini che si dirigono verso la meta tanto agognata, nonché da invocazioni verso il Santo miracoloso al grido di “Semu vinuti ri tantu luntanu o  E cchiamamulu paisanu o E cchi semu muti ca nun lu chiamamu, Primu ddiu e SamMastianu”.

Adempiuta la promessa, i pellegrini tornano nei loro paesi di provenienza, stanchi ma soddisfatti di aver finalmente sostato in preghiera ai piedi dei Santo dei miracoli, tanto amato, e di averlo ringraziato per le grazie ricevute.

 

  • Foto di Roberto Zappulla
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