Dal 2000, da circa vent’anni, è ripresa l’emigrazione dei siciliani verso il Nord Italia e l’Europa. E se la media annua massima era stata di 10mila unità, negli ultimi cinque anni l’esodo è cresciuto sempre più fino a raggiungere 90 mila persone emigrate.

Il 15 gennaio è stato a Siracusa il presidente nazionale di Confindustria nell’ambito dell’interessante progetto di valorizzazione del “capitale umano”, i nostri giovani appunto. È d’obbligo fare qualche riflessione sulla crisi economica del territorio e sull’emigrazione dei giovani. Sono due fenomeni conseguenziali: non c’è lavoro, quindi i giovani devono andare fuori per trovarlo. Eppure la logica potrebbe essere inversa: non c’è lavoro, quindi restiamo nella nostra terra per aiutarla a fare funzionare gli ingranaggi dei processi produttivi, in modo da garantire a noi stessi e ai nostri figli un futuro migliore. Se la nostra terra soffre, dobbiamo curarla, non abbandonarla. Ma quanto senso di civiltà ci vuole sia nei padri che nei figli per sostenere il proprio territorio?

Siamo stanchi di chiedere cose che ci spettano e che in questa terra non sono scontate, dai contratti di lavoro alle mostre culturali, agli ospedali che funzionano, alle scuole che sono collegate con il territorio. Siamo contenti quando i nostri figli vanno a studiare fuori, perché sappiamo che lì avranno una qualità di vita migliore e troveranno posto facilmente, mentre se restassero qui dovrebbero sottostare a sistemi universitari male organizzati, dovrebbero faticare il doppio e avere la metà delle possibilità. E così, a poco a poco, il nostro territorio si impoverisce sempre di più, diventa sempre più sterile. Solo la natura meravigliosa di cui siamo circondati ci salva: al nord non c’è il mare azzurro e il clima dolce e mite che consente di ritrovare la parte migliore di sé, le antichità che ci fanno sentire parte di una storia lunghissima, piena di senso e di umanità.

Eppure noi, che ci siamo cresciuti in questa meraviglia che gli altri cercano per ritrovare se stessi, noi che apparteniamo a questa terra che desta l’estasi di tutti i turisti, ce la lasciamo rubare così facilmente! Non solo dagli invasori che si sono succeduti nei secoli e che ci hanno abituato ad essere invasi, ma anche dai nostri stessi politici, dagli amministratori delle strutture pubbliche che con i nostri soldi dovrebbero renderla un gioiello.

Allora, riprendiamoci la nostra terra. Insegniamo ai nostri figli a restare qui e pretendere i loro diritti. Insegnargli ad espatriare è una falsa crescita, dargli il coraggio di costruire il benessere nella loro terra è la vera crescita. Questo vuol dire non accettare che le poste non funzionino, che il comune non funzioni, che la cattiva organizzazione della cosa pubblica porti alcuni a non produrre e altri a comportarsi secondo la convenienza personale e non secondo il bene comune. Non accettare che le cure ospedaliere siano un terno al lotto da cui spesso si esce più malati di prima.

Quindi disponibili a concorrere con il presidente di Confindustria per la indispensabile valorizzazione del “capitale umano” in uno ad un comune impegno per selezionare gli investimenti che meglio valorizzino le nostre risorse territoriali.

Se non vogliamo diventare sempre più marginali nell’economia del mondo, dobbiamo meritarcelo, e il segreto è lavorare per il bene comune e non per il proprio orticello.

Rubrica a cura di Margherita Spagnuolo Lobb

Scuola di Specializzazione in Psicoterapia – Istituto di Gestalt HCC Italy

Centro Clinico e di Ricerca

www.gestalt.it – training@gestalt.it

Condividi: