Chi avesse avuto modo di leggere qualche altra mia considerazione su queste stesse colonne sa bene quanto consideri strategico, soprattutto in frangenti molto complicati come quelli che stiamo vivendo attualmente, una buona e completa informazione. Quanta ce n’è in giro in questi giorni di buona informazione? Tanta, a mio avviso davvero tanta. Quanta approssimazione, inutile sensazionalismo, superficialità e pressapochismo (quando non aperta violazione di ogni carta etica e, prima ancora, del semplice buon senso e buon gusto…) continua a circolare? Tanta, anche in questo caso davvero tanta? Ma, a mio avviso, qualità a parte, il problema non è mai nella “sola” quantità dell’offerta. E cioè: se la tanta informazione, diciamo così, discutibile che circola viene fruita da una ristretta quantità di persone, il danno prodotto è tutto sommato contenibile. Diverso è, invece, se sono pochi coloro che scelgono di approvvigionarsi di informazione seria, qualificata e – soprattutto – verificata. Qui non funziona la regola dei vasi comunicanti dove, alla fine, in presenza di gravità i livelli si allineano. Qui, semmai, il riempirsi di un vaso svuota inesorabilmente l’altro.

Ecco, dunque, che sul piano mediatico la vera partita di questi giorni di lotta al coronavirus la si gioca non tanto (o meglio, non solo) nella metà campo di chi produce informazione quanto nell’altra parte del rettangolo di gioco, in quella di chi fruisce quotidianamente di notizie (e, purtroppo, anche di tutto ciò che sembra notizia ma in effetti non lo è). Utenti che troppe volte finiscono nel bel mezzo del fuoco incrociato del sensazionalismo – magari in nome di qualche click o di qualche spettatore in più – e del  pregiudizio. Non mi sembra certamente un caso che anche Papa Francesco, nel corso della solenne benedizione urbi et orbi impartita sotto la pioggia battente davanti a una piazza San Pietro deserta, abbia sentito il bisogno nella sua preghiera di invocare la salvezza del Signore anche “dalla cattiva informazione”. E, se vogliamo andare su un terreno svincolato dalla Fede, conferma di quanto sia avvertita l’esigenza di non cadere nella trappola delle fake news la troviamo anche nella decisione, annunciata nel fine settimana dal sottosegretario con delega all’editoria Andrea Martella relativo all’imminente costituzione di una task force istituzionale, che si interfaccerà con le grandi piattaforme dei social media, per contrastare la circolazione di notizie false. Palazzo Chigi darà vita a una struttura apposita, rafforzando inoltre il ruolo della Polizia Postale per individuare le “centrali della disinformazione”. Decisione, questa annunciata dal Governo, che si pone nel solco delle tante iniziative giudiziarie già avviate dalle Procure della Repubblica in diverse parti d’Italia contro i nuovi untori che spandono – alcuni, purtroppo, anche in maniera inconsapevole – false notizie che, specie in momenti simili, finiscono con l’avere un effetto ancora più devastante amplificato, per altro, dalla istantanea diffusione oggi resa possibile dalle nuove tecnologie. Un lavoro capillare al quale anche la Procura di Siracusa sta dando il proprio importante contributo mettendo in campo una “squadra” di investigatori altamente specializzati    quali sono quelli del Nit, il Nucleo investigativo telematico.

Lo stesso Governo ha inoltre reso noto di avere allo studio anche l’attivazione di un Osservatorio per studiare il fenomeno della produzione delle fake news, con l’idea di coinvolgere in questo sforzo anche le organizzazioni dei giornalisti.

Ma, in attesa che tutto ciò diventi – si spera davvero in breve – realtà concreta, ciascuno di noi, produttore o fruitore di informazioni che sia, si deve rassegnare ad essere soltanto spettatore? Ovviamente no. E a dare una bella mano all’uomo, anche se in un ambito ancora abbastanza circoscritto, c’è anche l’intelligenza artificiale. On line, infatti, c’è un sito che, proprio a proposito della pandemia da coronavirus,  consente di verificare se una determinata frase sia vera o falsa. Semplicissimo l’uso (anche in lingua italiana): basta raggiungere il sito coronacheck.eurecom.fr e inserire il quesito. In questa fase si possono testare più che altro dati numerici. Come si legge in un servizio di Inpgi notizie, newsletter dell’Istituto nazionale dei giornalisti italiani, “CoronaCheck è in grado di verificare affermazioni inerenti casi confermati di coronavirus, persone guarite, decessi e tassi di mortalità. Per ogni verifica, il sistema mostra un’etichetta vero/falso e una spiegazione di come il sistema di intelligenza artificiale sia giunto a quella conclusione. L’algoritmo, inoltre, dinanzi ad affermazioni che non è in grado verificare, chiede feedback all’utente affinché possa aiutarlo nel processo. In questo modo, il sistema apprende dal feedback degli utenti come gestire nuovi tipi di reclami e su come sfruttare nuovi set di dati”. Insomma, un mezzo che più viene usato più riesce ad implementare le possibilità di rispondere a quesiti via via sempre più articolati.

Un sistema semplice da utilizzare, immediato, gratuito, per forza di cose con un raggio di azione, in questo momento, limitato ma in grado comunque di dare una mano sia a chi si occupa professionalmente di produrre informazione, sia a chi vuol invece verificare l’attendibilità di una notizia. Un esempio di virtuosa alleanza tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Con la prima che, chiaramente, orienta, governa e guida l’altra ribadendo il necessario primato della mente umana su bit e gigabyte.

E questa mi sembra che, già di per sé, sia una gran bella e buona notizia.

– Aldo Mantineo è giornalista e scrittore. Il suo ultimo libro è DireFareComunic@re – Gestire un ufficio stampa al tempo dei social, edito da Media&Books.

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