In Italia la giornata dell’8 marzo ha avuto inizio senza soluzione di continuità già a partire dalla sera del giorno precedente.
Ci riferiamo al caos generato dalle improvvide quanto inesatte anticipazioni del decreto del presidente del Consiglio dei ministri circa le nuove misure per contenere la diffusione del coronavirus. Chi non è rimasto scosso dai tanti che cercavano disperatamente mezzi pubblici per dirigersi verso le regioni del sud dello stivale? E che dire dei muri di provvedimenti amministrativi eretti dai governatori delle regioni di destinazione che stanno cercando di arginare questo insolito esodo?

E siccome l’essere donna per definizione è sinonimo di vita, non si può festeggiare la giornata mondiale delle donne senza riflettere sulla minaccia all’umanità che può rappresentare il contagio e le conseguenze materiali e morali del coronavirus. Le donne, nel tempo, sono testimoni dei sacrifici e della tenacia necessari per vivere al meglio su questa terra.

Al sud è la stessa madre natura a ricordarci che siamo tutti sulla stessa barca; che in questo sperduto pianeta dell’universo siamo legati inscindibilmente. Infatti le sfasature meteo-climatiche di cui si sente tanto discutere, hanno portato ad una fioritura repentina delle piante di mimose e ad una loro ancor più lesta sfioritura tanto da non poter più ammirare la bellezza della pianta simbolo dell’8 marzo che ha sempre arricchito in questa data le campagne, le strade e le piazze pubbliche.

Al loro posto osserviamo attoniti le animazioni cromatiche del covid-19 riproposto in mille salse dai media.
Dunque come si può festeggiare la giornata delle donne se non abbiamo rispetto dell’altro già da oggi? Occorre buon senso nel seguire le indicazioni degli esperti e i provvedimenti adottati dal governo; il timore che si profila all’orizzonte è che a furia di scappare irrazionalmente verso sud, rischiamo a breve un ingorgo di barconi in quello stesso mediterraneo che ha visto scorrere e superare epidemie ben più gravi.

La storia dell’emancipazione femminile così come le esperienze delle donne impegnate in questi giorni ad affrontare l’emergenza coronavirus nel campo della ricerca e negli ospedali, dimostra che è possibile superare anche le difficoltà del momento perché sfide ben più difficili sono state già risolte. Basti guardare a Siracusa, dove delicatissimi ruoli istituzionali un tempo negati “al sesso debole” sono oggi ricoperti da donne impegnate a vario titolo proprio sul fronte della prevenzione:

Antonella Franco, facente funzione malattie infettive all’ospedale Umberto I; Sabrina Gambino, procuratore capo della Repubblica; Gabriella Ippolito, questore; Giuseppa Scaduto, prefetto della Repubblica.

A tute loro e alle tante altre che silenziosamente sono in prima fila e ci danno speranza, i nostri ringraziamenti ed auguri.

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