Una premessa. Anzi due (che, come dice la pubblicità, es meglio che uan). La prima. Sono perfettamente consapevole che per amministrare una città occorre disporre di straordinaria passione,  serve profondere quotidianamente il massimo impegno, si deve mettere in conto grane  e grattacapi a non finire (compreso inciampi giudiziari), occorre avere – direi in maniera prioritaria – preparazione adeguata e spiccata capacità a risolvere i problemi. Non è un mistero che dica e ripeta ogni qual volta (come adesso) se ne presenti l’occasione che nella vita ci sono due lavori su tutti che non farei (anzi, vista l’età posso ben dire che non avrei fatto…): amministratore di condominio e, appunto, sindaco. In entrambi i casi – infatti –  qualsiasi cosa accada (un tombino saltato, uno stallo condominiale abusivamente occupato), in qualsiasi punto si verifichi (tra quelli che, naturalmente, rientrano nella propria orbita di azione diretta) è sempre, invariabilmente e immancabilmente colpa del sindaco (o dell’amministratore di condominio).

Seconda premessa. Non c’è sindaco-sceriffo-manager-tuttofare che tenga, non c’è amministrazione illuminata e sensibile che basti: quando si tratta di curare il decoro del bene comune, della Cosa pubblica, è indispensabile il coinvolgimento di ciascuno di noi. Ergo, non possiamo certamente gettare la croce addosso agli amministratori di turno se le cartacce rotolano per strada spinte dal vento, se alcuni spazi della città sono costellati da micro-discariche assai simili a piccoli coloratissimi bazar a cielo aperto, se gli spazi attrezzati destinati alla libera fruizione pubblica – si pensi ai parchi-gioco per i più piccoli – diventano in breve una sorta di parco-avventura dove impavidi genitori imparano ai loro pargoletti a destreggiarsi tra altalene arrugginite e rotte, giostrine malandate e scivoli mutilati.

Fatte queste due ampie premesse, provo ad andare al cuore del mio ragionamento che ruota attorno al valore della memoria (e del saper fare veramente memoria). Da qualche tempo è ormai invalsa la pratica di dedicare a persone che ci hanno lasciato piccoli spazi, rotatorie stradali, aiuole, porzioni di giardini pubblici e così via. In alcuni casi queste dedicazioni non soggiacciono (o almeno questa è l’idea che mi sono fatto) alla normativa generale in materia di toponomastica che richiede che siano trascorsi almeno dieci anni dalla morte della personalità alla quale dedicare uno spazio urbano.  Ma anche in questo caso sono personalmente d’accordo: se c’è una possibilità di allentare le briglia della burocrazia (almeno in questo!) onorando nel contempo la memoria di una figlia o di un figlio della città, ben venga l’eventuale accelerazione.

Ma attenzione, fare memoria, legare un luogo della città al nome di una personalità (in ogni campo), non è questione che si esaurisca soltanto con l’atto dell’intitolazione. Se quello spazio è dedicato a un siracusano che con la sua azione ha lasciato visibile traccia nella città, occorre che l’intera comunità si faccia poi carico di rendere quella strada, quella piazza, quel giardino e financo quella aiuola-rotatoria costantemente ciò per cui è stata fatta quella scelta. Scelta che, si badi bene, è stata sì adottata da un’amministrazione ma in nome e per conto dell’intera comunità. E’ dunque questione che ci riguarda tutti e pure da vicino.

Perché se invece così non fosse, l’operazione-memoria fallisce, naufraga miseramente nel mare dell’eterna contingenza, affonda nelle acque agitate della perenne emergenza quotidiana nella quale tutti proviamo a galleggiare salvo tentare di andare in apnea manco fossimo novelli Enzo Maiorca!

Insomma, senza quel saldo vincolo tra città e cittadini anche simili iniziative  si rivelerebbero una sorta di boomerang, tradendo la memoria stessa che si vorrebbe invece onorare e mettendo a nudo la nostra scarsa sensibilità collettiva, la nostra incapacità di andare oltre la suggestione e l’emotività (a volte anche un tantino pelosa e di facciata) del momento, la nostra “naturale” inclinazione a lasciarci sopraffare dagli eventi.

Purtroppo ciò che vorremmo scongiurare è invece quel che si materializza troppe volte sotto i nostri occhi in troppi angoli della città (e qui centro e periferia sono sostanzialmente sulla stessa barca): il verde rinsecchito di alcune aiuole e di spazi (ex) verdi chiama direttamente in causa l’istituzione che non riesce ad aver cura dei fiori che pianta (non soltanto in denso stretto ma anche metaforico), così come bottiglie di plastica vuote, lattine rotolanti e cartacce di ogni genere e dimensione (e ora mettiamoci pure qualche mascherina, segno distintivo di questo ultimo complicatissimo anno e mezzo segnato dalla pandemia) chiamano direttamente in causa ciascuno di noi, il nostro (complessivamente) inadeguato   senso civico.

Così quelle  piccole stele che riescono a fare capolino tra arbusti  e immondizia, quei blocchi di pietra con incisi nomi e cognomi oltraggiati dal tempo e dalla nostra incuria, quelle targhe toponomastiche sbrecciate e scolorite  diventano altrettanti “monumenti” utili sì a fare memoria, ma della nostra insipienza collettiva.

(*) Ex Post (nel senso che volevo scrivere un post ma è venuto troppo lungo…).

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