È in questa società che i laici vivono il loro battesimo.

Da quando papa Francesco ha aperto il Sinodo ed ha chiesto a tutte le diocesi di farlo per mettersi in ascolto delle realtà ecclesiali con il cuore aperto al discernimento, sono tante le reazioni delle comunità cristiana. Chi ha grandi aspettative, chi non riesce a vederne l’utilità, chi è carico di speranza e chi guarda con sospetto al rischio dell’effetto bolla di sapone.

Nell’omelia del 10 ottobre scorso, giorno di apertura del Sinodo, papa Francesco ha sottolineato che «Il Sinodo è un cammino di discernimento spirituale, di discernimento ecclesiale, che si fa nell’adorazione, nella preghiera, a contatto con la Parola di Dio. E la seconda Lettura proprio oggi ci dice che la Parola di Dio «è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). La Parola ci apre al discernimento e lo illumina. Essa orienta il Sinodo perché non sia una “convention” ecclesiale, un convegno di studi o un congresso politico, perché non sia un parlamento, ma un evento di grazia, un processo di guarigione condotto dallo Spirito. In questi giorni Gesù ci chiama, come fece con l’uomo ricco del Vangelo, a svuotarci, a liberarci di ciò che è mondano, e anche delle nostre chiusure e dei nostri modelli pastorali ripetitivi; a interrogarci su cosa ci vuole dire Dio in questo tempo e verso quale direzione vuole condurci».

Il Sinodo, dunque,  riguarda ogni cristiano, interpella la coscienza dei singoli e ciascuno nel proprio ruolo si interroga su come vivere il cammino di discernimento che chiede il Pontefice. Il laicato, pienamente inserito in un tessuto sociale gravido di problematiche complesse, guarda fiducioso  al percorso intrapreso e legge con gioia l’invito che il Santo Padre rivolge a tutta la Chiesa, «E oggi, aprendo questo percorso sinodale, iniziamo con il chiederci tutti – Papa, vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, sorelle e fratelli laici –: noi, comunità cristiana, incarniamo lo stile di Dio, che cammina nella storia e condivide le vicende dell’umanità? Siamo disposti all’avventura del cammino o, timorosi delle incognite, preferiamo rifugiarci nelle scuse del “non serve” o del “si è sempre fatto così”?». Sì, con grande gioia, per due ragioni fondamentali: la prima è che papa Francesco non ha dimenticato i laici, la seconda che il Pontefice lancia la sfida dell’avventura per superare lo stile stantio di chi ferma, ogni giorno, l’azione dello Spirito nascondendosi dietro il “si è fatto sempre così”.

I laici allora possono iniziare a sperare che il Concilio Vaticano II non è stato inutile? Possono immaginare un domani nella Chiesa che vada oltre la banalizzazione del loro ruolo? Che superi l’angusta idea dei posti da riempire nei banchi delle chiese? I laici possono sognare l’avventura reale di una presenza ecclesiale che venga considerata necessaria, matura, imprescindibile per il cammino che deve condurre alla gloria di Dio? I laici possono uscire dalla realtà invisibile nella quale sono confinati in molte diocesi? I laici possono continuare a credere che la fede cristiana deve generare cultura?

Nell’esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici di Giovanni Paolo II, del 30 dicembre 1988, il Papa raccomandava la costruzione di una Chiesa non basata su incarichi pastorali e creazioni di figure particolari, ma auspicava la crescita di comunità caratterizzate dalla spiritualità, dalla complementarietà delle vocazioni e dalla cura delle relazioni. Questo è importante ricordarlo per superare l’idea superficiale che i laici ‘servono per…’. Il laicato è il tramite fondamentale per relazionarsi con il tessuto sociale ed esistenziale e deve essere incoraggiato, sollecitato e aiutato a servire il mondo nel quale è chiamato a vivere ma, nello stesso tempo, deve poter vivere l’esperienza di Cristo nella Chiesa senza sentirsi eternamente un bambino da educare. Non può esserci la pienezza della comunione, nella Chiesa, se manca la coscienza comune, al di là dei ruoli e delle vocazioni, che la proposta di Gesù Cristo necessita della corresponsabilità di tutti e chiede di mettere in comune i talenti e la creatività di ciascuno. Sono differenti i carismi e diverse le vocazioni, ma solamente il recupero del concetto di cammino comune potrà ridare freschezza al cammino ecclesiale. Giuseppe Lazzati, grande maestro di laicità, nei suoi interventi invitava la comunità cristiana a formare i fedeli laici alla “sintesi” tra spiritualità e professionalità per evitare di vivere divisi in se stessi. Riconsiderare questa intuizione potrebbe essere utile per evitare il soffocamento del ruolo dei laici in una pericolosa clericalizzazione che ne snatura la missione affidata dalla Chiesa e la forza evangelizzatrice.

Il primo passo è stato fatto da papa Francesco con l’apertura del cammino sinodale. Adesso si attende che venga data voce ad una società sofferente, impaurita, inaridita, incattivita, privata dalla bellezza creaturale originaria, ripiegata in una moltitudine di solitudini ma, tuttavia, in attesa di un evento che apra a nuove speranze. È in questa società che i laici vivono il loro battesimo.

(*) Focus di Cammino, edizione tipografica del 07 novembre 2021

Immagine di evidenza: Foto Vatican Media/SIR

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