Titolo della settimana: Il pianeta delle scimmie, di Franklin J. Schaffner, 1968.

Il mondo è in piena ebollizione socio-culturale a tutti i livelli, anche in campo cinematografico si avverte un’aria nuova con la New Hollywood a dettare i ritmi. Arrivano sugli schermi due pellicole destinate a cambiare il genere Fantascienza fino ad allora un po snobbato, ed elevandolo al rango di serie A: 2001 Odissea nello spazio e Il pianeta delle scimmie.

Il primo diventa subito un monolite,  mentre il secondo si ritaglia un posto d’onore importante. Il pianeta delle scimmie inizia da qualche parte nell’universo, con l’astronauta Taylor-Charlton Heston che fumando un sigaro e lo sguardo rivolto verso l’infinito, al termine di un monologo, si domanda ad alta voce se ” Quell’ineffabile paradosso che è l’uomo: fa ancora la guerra ai suoi simili? “. A questa domanda, caro Charlton, ti rispondiamo noi direttamente dal 2022: si!

Poi continua “Mi sento solo” e iniettandosi una siringa si addormenta insieme agli altri quattro astronauti compagni di viaggio, tre uomini e una donna. Secondo i suoi calcoli, da quando la nave spaziale ha lasciato la terra sono trascorsi 700 anni, ma per l’equipaggio, per via dell’assenza di gravità e della velocità della luce sono passati solamente sei mesi. Un brusco cambiamento di rotta causa dei guasti che fanno precipitare la nave su un pianeta sconosciuto dove tutto è capovolto e le teorie darwiniane sono andate a farsi benedire.  I tre astronauti , perché durante il viaggio la donna è passata a miglior vita, iniziano ad addentrarsi nel pianeta in cerca di viveri e acqua per sopravvivere. La scoperta che faranno sarà sorprendente!  Questi in poche parole, i quindici minuti iniziali più geniali di sempre, cinema allo stato puro, poche parole, a parte lo sproloquio iniziale di Taylor, zero effetti speciali, solo movimenti di macchina da presa a simulare volo spaziale e impatto nell’acqua della nave. Da un romanzo di Pierre Boulle, suo anche Il ponte sul fiume Kwai, tutto il pensiero filosofico dello scrittore è ripreso dall’artigiano Schaffner che ne fa un manifesto darwiniano, pacifista e antirazzista che non si ferma al discorso sulla guerra nucleare e le sue conseguenze, ma amplia inserendo il rapporto uomo-animale e la ricerca della verità attraverso un dibattito scienza-religione e la discriminazione razziale anche tra gli animali stessi, inserendo il tutto nel clima e nello spirito rivoluzionario del 68. Il sorriso sprezzante di Taylor quando il compagno pianta una bandierina a stelle e strisce sul suolo, il tribunale delle scimmie che giudica l’uomo, l’esplorazione del pianeta prima della scoperta, la zona proibita, ma è nel suo insieme che il film appassiona, nonostante qualche ingenuità e qualche dialogo retorico di troppo. Ma poi arriva il finale e si rimane a bocca aperta, lo possiamo dire: leggendario.

Il film uscì in Italia il 10 aprile 1968, mentre  a New York in anteprima viene proiettato l’8 febbraio, vi immaginate le facce dei Newyorchesi che vedono su grande schermo le rovine della statua della Libertà? Non dimentichiamo che siamo nel 68 e già ci si interroga su un futuro post apocalittico e sulle possibili e pericolose conseguenze di un uso distorto della tecnologia a discapito della natura e delle altre forme di vita. Trucchi notevoli per l’epoca premiati con l’oscar, fotografia stupenda di Leon Shamroy e musica di grande impatto del maestro Jerry Goldsmith. Monumentale la prova di Charlton Heston. Quattro seguiti, un remake, una nuova  trilogia negli anni 2000, una serie tv, ma il film del 1968 rimane di un altro…pianeta.

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