Sarà probabilmente l’effetto-clima degli esami di maturità nei quali siamo un po’ tutti immersi (a prescindere dal nostro effettivo quadro anagrafico), ma per provare ad abbozzare una sia pur grossolana analisi sulle prospettive future della zona industriale siracusana sulla quale – nel volgere di poche  settimane – si sono addensate le nubi dell’embargo al petrolio russo legato al conflitto in Ucraina e quelle del sequestro del depuratore Ias disposto dall’Autoritá Giudiziaria, non trovo altro termine più adeguato che impreparazione. Ma, attenzione, l’essere impreparati non è – quasi mai – una condizione ineluttabile e totalmente svincolati dalle nostre capacità. Anzi, l’impreparazione a me sembra sia molto di più una scelta consapevole. Lo è stato certamente per la mia maturità, quasi  quarantacinque anni fa, quando allo studio per la preparazione dell’esame preferii non perdere una sola partita del mondiale di Argentina 78 (con annesse dirette in piena notte per via del fuso orario) e fare affidamento sulla mia istintiva capacità di provare a cavarmela… Risultato: esame da dimenticare, promozione col minimo sindacale e prima sperimentazione pratica sulla mia pelle che, nella a vita, ogni scelta impone un consequenziale prezzo da pagare.

Nel caso della tempesta perfetta che si è abbattuta su quel che resta della nostra zona industriale – ma, non dimentichiamolo, è ancora ciò che garantisce una metà abbondante del pil del nostro territorio! – ritengo che l’impreparazione sia in primo luogo figlia di una scarsa capacità di lettura, a più livelli, di una serie di segnali che pure c’erano. Uno per tutti: la questione del Donbass risale al 2014, non è insomma roba venuta fuori all’improvviso con l’attacco russo all’Ucraina del 24 febbraio scorso. Ipotizzare poi che la Federazione Russa avesse alzato la voce non era roba da profezia di Nostradamus; immaginare ancora che in una guerra combattuta con armi convenzionali ed altre virtuali, ma sempre egualmente devastanti, gli effetti a cascata sul mondo intero sarebbero stati pesanti e comunque tali da coinvolgere milioni di persone (caro energia, grano bloccato nei porti) non richiedeva chissà quali raffinate arti divinatorie. Ma per lungo tempo abbiamo pensato di voltarci dall’altra parte, abbiamo preferito mettere la polvere sotto il tappeto, abbiamo pensato di continuare a guardare l’ombelico dei piccoli-grandi problemi di casa nostra ignorando quel che accadeva, in fondo, solo a qualche migliaio di chilometri dai nostri confini. È stata una scelta della quale oggi paghiamo il prezzo. E considerazioni in qualche misura analoghe possono essere fatte per quel che riguarda la vicenda dell’Ias. Qui la scelta consapevole è quella fatta in nome di un malinteso senso della competenza ed affidabilità. Nel senso che alla capacità tecnica e cognitiva settoriale si è preferito guardare al senso dell’appartenenza, al colore della maglia. Così anche una SpA pubblico-privata nata con una vocazione e una missione specifica (tra l’altro: trattamento chimico-fisico e biologico delle acque di scarico reflue industriali e civili; smaltimento dei fanghi conseguenti al trattamento delle acque reflue; smaltimento e riutilizzo acque reflue depurate) è finita invece per diventare un “pezzo” importante nello scacchiere del sottogoverno. Così, a parte alcuni nomi (non molti in verità quelli che la memoria di cronista mi fa ricordare) che hanno lasciato positivamente il segno per impegno e capacità operativa, il cda dell’azienda é stato utilizzato non di rado come “stanza di compensazione” per candidati vari bocciate alle urne, di uomini di provata e incrollabile fiducia del referente politico di turno, come poltrona sulla quale magari far chiudere carriere politiche (ma anche sindacali) più o meno “onorevoli”. Con buona pace, anche, per quell’impronta di efficientismo che, almeno teoricamente, la presenza dei partner privati avrebbe dovuto comportare.

Stretta nella tenaglia di due avvenimenti tra di loro differenti per origine, la zona industriale siracusana si trova a vivere un momento delicato e complesso come poche altre volte accaduto. Il futuro di questo pezzo importante del nostro territorio assume la sembianza di un grosso punto interrogativo in una situazione internazionale, per altro complicata e condizionata da una lotta alla pandemia che non si può certo dire conclusa, da fibrillazioni sui mercati finanziari che scaricano le loro tensioni direttamente nel carrello della spesa quotidiana di ciascuno di noi. Trovare la giusta via richiede impegno collettivo, sinergie autentiche e scelte chiare. Scelte da fare mettendo al bando interessi di bottega e facili populismi. Dobbiamo studiare tutti, bene, per non farci trovare impreparati.

 

– Pubblicato sul numero di Cammino del 26 giugno 2022

  • immagine in evidenza: a sinistra Thapsos; a destra impianto Ias (foto Archivio Cammino)
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