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Il Costanzo e le sue finestre artistiche ridenti

Il Costanzo e le sue finestre artistiche ridenti

Titolo della settimana: La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, 1976.

In tutti i campi Maurizio Costanzo ha lasciato un segno indelebile, qui ci concentriamo sul Costanzo sceneggiatore, dagli inizi negli anni 60 con piece teatrali per poi passare nei 70 alla sua grande passione sin da bambino, il cinema. Qui collabora a veri capolavori mondiali come, Salò o Le 120 giornate di Sodoma di Pasolini e Una giornata particolare con Ettore Scola e Ruggero Maccari,ma è con l’amico Pupi Avati la collaborazione più prolifica, che vede il suo apice nel 1976 con La casa dalle finestre che ridono. Pellicola che col tempo è diventata un vero cult del genere thriller horror, insieme a Non si sevizia un paperino di Fulci, oltre a farmi scoprire, a suo tempo il Costanzo fine sceneggiatore.

La casa dalle finestre che ridono è la storia di un paese delle campagne della bassa emiliana, tra Bologna, Ferrara e Comacchio, quasi una landa desolata e fatiscente, dove il tempo sembra essersi fermato, tra paludi, viottoli e canali. In questo microcosmo arriva Stefano, giovane restauratore, chiamato con l’incarico di riportare alla luce un affresco che ritrae il martirio di San Sebastiano, dipinto da Buono Legnani, un pittore naif morto anni prima. Il giovane si troverà invischiato in una storia che, come lo stesso dipinto, era meglio non riportare alla luce. Avati con Cabina, anche nelle vesti di attore, e Costanzo confezionano un prodotto unico e geniale nel panorama del genere, in perfetto equilibrio tra realismo e fiaba, una sceneggiatura dove tutto è ben dosato, colpi di scena, elementi grotteschi, come i vari personaggi e critica sociale ancora attuale, come il lavoro che manca e i giovani costretti a lasciare e svuotare il paese, lasciandolo in mano alle leggende del passato, in cerca di stabilità e futuro.

La pellicola nasce da un racconto che traumatizzò il regista da bambino, quando un bombardamento tedesco scoperchiò la bara di un parroco del paese, da qui la leggenda del prete donna, che la zia raccontava a un vivace Pupi per farlo state buono. Bravi tutti gli attori, il famoso clan Avati, con Lino Capolicchio, il già citato Cabina, Bob Tonelli e la futura sceneggiatrice Francesca Marciano. Le location del film sono diventate col tempo luoghi di culto visitate dagli appassionati, tra cui io, manca purtroppo la casa, che invece di essere preservata come luogo di cultura è stata demolita, si trovava a Malalbergo, provincia di Bologna.

Il grande e inaspettato successo, anche internazionale, spianò la strada a quel sottogenere gotico padano che nel 1983 piazzò un altra tappa imperdibile con Zeder sempre di Pupi Avati e sempre con Costanzo alla sceneggiatura. Questo è il grande cinema italiano di cui andare fieri. Buona visione

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