Ritorniamo su quanto si è discusso a Roma lo scorso 6 e 7 dicembre 2024 presso il centro congressi Frentani, nella 2^ conferenza nazionale autogestita per la salute mentale.
I temi dibattuti sono stati quanto mai d’attualità e hanno riguardato tantissimo il diritto alla salute e alla qualità della vita dei pazienti psichiatrici nelle carceri.
Si è parlato di Lea –livelli essenziali di assistenza-, di Opg –ospedali psichiatrici giudiziari-, dei Dsm –dipartimenti di salute mentale-, dei Rems -residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza-, e ancora del Bds –budget di salute- dei Ptri –progetti terapeutici riabilitativi individuali- e tanto altro ancora.
Riportiamo alcuni concetti fondamentali da conoscere, tratti dall’intervento del prof. Pietro Pellegrini, di cui parleremo nell’ultimo articolo dedicato a questo evento romano, psichiatra e psicoterapeuta, per capire meglio di cosa si sta parlando.
La salute mentale è una componente essenziale della salute nell’intero arco di vita. Dipende da fattori biologici, psicologici, sociali, economici, ambientali e culturali tra loro reciprocamente interagenti.
Il disturbo mentale (in inglese: mental disorder) è una condizione patologica che compromette in modo significativo la sfera comportamentale, relazionale, cognitiva o affettiva di una persona con specifici sintomi e segni e compromette in modo disadattativo il funzionamento psicosociale, vale a dire sufficientemente forte da rendere problematica la sua integrazione socio-lavorativa e/o causa una sofferenza personale soggettiva.
Il disagio invece, non è una patologia ma indica una condizione di difficoltà, di mal-essere, una sensazione di mancata o problematica consonanza con l’ambiente che porta a non sentirsi in armonia ed equilibrio, a sentirsi in apprensione o stanchezza a fronte situazioni sociali, economiche, lavorative, abitative. disagio psicologico e i problemi psicologici influenzano l’esistenza di individui e comunità.
Un accorato appello è arrivato poi dalle Associazioni di utenti e familiari che si occupano di salute mentale della regione Piemonte le quali, oltre a sollecitare i propri rappresentanti istituzionali in seno alla regione, hanno snocciolano i dati degli ultimi anni, alcuni dei quali di seguito riportati.
“Bastano pochi numeri per illustrare la carenza dei servizi (Sism, sistema informativo della salute mentale, ultimi dati disponibili riferiti al 2022)- affermano le associazioni-. Le risorse destinate alla salute mentale sono inferiori alla media nazionale (64 euro per persona, contro 70) e corrispondono al solo 2,7% dei fondi disponibili, a fronte di una media nazionale del 3% e un impegno dei Presidenti di tutte le regioni di raggiungere il 5%”.
Uno dei nodi da sciogliere è la carenza di personale formato e specializzato. “Il personale dei Dsm –continuano le associazioni- è da anni di molto inferiore alla media nazionale: 39 professionisti ogni 100.000 abitanti, contro una media di oltre 60. Il dato più basso di tutte le regioni dell’Italia settentrionale. In base alla normativa vigente (Po cioè progetto obiettivo tutela salute mentale 1998, ndr), la dotazione di personale dovrebbe essere aumentata di circa 1.000 unità. Non solo, il personale è sovraccaricato di impegni e non è nella condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro. I Csm –centri di salute mentale-, a causa della carenza di personale, stanno riducendo l’orario di apertura e in alcuni casi hanno previsto o stanno prevedendo la chiusura”.
Il problema si sposta poi sulle carceri non a misura di “persona” dove ai pazienti psichiatrici si applica una pratica “custodialistica” che non ha nulla a che vedere con quanto dai Ptri secondo i Lea, come ci conferma un familiare di un paziente psichiatrico. “Il Ptri –ci dice Tonino d’Angelo –, padre di paziente psichiatrico detenuto e Referente Gruppo Mutuo Aiuto Associazione “Sostegno e Zucchero”– Famiglie di pazienti psichiatrici autori di reato detenuti in ATSM –articolazioni carcerarie per la tutela della salute mentale- di Reggio Emilia, deve essere con Bds ovvero con attenzione ai 3 assi, della Socialità-affettività-apprendimento- espressività, Formazione-Lavoro, Habitat solidale e accogliente. Così come occorre poter fare teatro, cinema, musica e altre arti che sono “spazi e tempi” vitali in un processo terapeutico e socio riabilitativo, ovvero in un Ptri con Bds certamente in modo continuo e non occasionale!!”.
“Si può fare per il lavoro di comunità”, associazione regionale di secondo livello che raggruppa decine di associazioni di familiari, utenti, cittadini e cooperative sociali di tutta la Sicilia, ha così commentato nel merito con il presidente Tati Sgarlata: “Gli autori di reato, secondo la legge 81/2014 devono essere presi in carico dai Csm per poi fare un progetto e capire dove collocarli. Sono riconosciuti infermi di mente e sono presi in carico da strutture autonome. Possono essere presi in carico dalle famiglie -ha continuato il presidente-, o avere una sistemazione autonoma o a domicilio, perché non c’è un’alta pericolosità dell’individuo. Oppure, il soggetto può andare in una comunità terapeutica 24 ore al giorno o per i casi più delicati si va nelle Rems strutture chiuse mentre i Cta –comunità terapeutiche assistite- sono strutture aperte. In tutta la situazione però si è creato un inghippo perché i Csm hanno pochi operatori e non c’è una formazione adeguata su questi progetti di recupero territoriali, cosicché queste persone rimangono in giro abbandonate a sé stesse.
Nei casi gravissimi si riesce a malapena a portarli nelle Rems ma queste ultime sono in numero insufficiente. Ad esempio, -illustra Sgarlata– in Sicilia ci sono 60 posti su 80 aperti e stanno riempendo sempre di più le Cta dove si fa una Rems a porte teoricamente aperte (teoricamente perché ci sono soggetti impegnativi)”. Il presidente dà una sua spiegazione a tutto ciò: “Il problema è la mancanza di personale. Occorrono piante organiche nuove ed è necessario definire un numero sufficiente di psichiatri, psicologi, assistenti sociali e terapisti della riabilitazione. Inoltre, occorre avere a disposizione le risorse del Bds per poter dare a queste persone delle risposte adeguate in progetti di recupero per occuparli, per non farli stare in giro ad acuire la loro patologie o a fare commettere loro dei reati. Ci sono situazioni estreme dove ci sono dei reparti di psichiatria nelle carceri per i casi più impegnativi. In Sicilia ne abbiamo uno a Palermo e viene utilizzato con numeri molto residuali, ma ce ne sarebbe bisogno di qualcuno in più. In conclusione –aggiunge Sgarlata– c’è bisogno di piante organiche dei Csm e dell’applicazione dei Bds, perché non vengono date le risorse economiche adeguate laddove necessitano e anche se venissero assegnate, non potrebbero essere utilizzate adeguatamente perché manca il personale sufficiente per fare i progetti applicati dalle cooperative sociali iscritte ad un albo”.
