Una medaglia d’oro che brilla come poche altre. La Nazionale azzurra di volley femminile ha conquistato il Mondiale con una forza che va oltre la tecnica: determinazione, unità, esperienza e la capacità di rialzarsi nei momenti più duri. È stata una partita sofferta quella a Bangkok contro la Turchia, imperfetta forse, ma per questo ancora più vera.
Noi di Cammino abbiamo chiesto un commento a caldo ad uno che la pallavolo non solo l’ha arbitrata ai massimi livelli per oltre vent’anni, ma che l’ha amata con la stessa intensità di chi la vive dentro il campo:
«Dal punto di vista tecnico, non è stata la migliore partita giocata dall’Italia: ci sono stati alti e bassi, momenti di difficoltà evidenti. Il quarto set è stato durissimo. Ma nonostante tutto, le azzurre hanno reagito, si sono ricompattate, e hanno portato a casa non solo la partita, ma anche la medaglia. È in quei momenti che si vede la forza vera di una squadra. E l’Italia ha dimostrato di averla tutta. La mano esperta dell’allenatore Velasco dalla panchina, poi, ha fatto la differenza: non le ha mai fatte mollare, ha saputo tenerle in partita anche quando sembrava tutto perduto», queste le parole cariche di emozione di Gianluca Cappello, ex arbitro – “ex”da poche settimane – di Serie A.
Ma cosa rappresenta davvero, per l’Italia, questa medaglia così attesa?
«Una medaglia d’oro che mancava da anni e che oggi arriva al termine di un percorso straordinario: sette vittorie su sette, a completare un ciclo vincente fatto di 36, 37 successi consecutivi. Questa non è solo una vittoria. È la conferma di un progetto solido, costruito nel tempo. Dà continuità a quanto fatto nel 2024: prima la VNL, poi le Olimpiadi, e ora ancora la VNL.
E in mezzo, anche il Mondiale.»

Ogni vittoria ha i suoi volti, i suoi eroi e le sue eroine. Ma accanto a chi solleva la coppa, c’è sempre chi rende possibile quel momento. Perché lo sport, quello vero, è fatto anche di colonne invisibili che rendono possibile lo spettacolo sportivo, presenze ferme e autorevoli che garantiscono il rispetto, l’equilibrio, la giustizia. L’arbitro è una di queste colonne invisibili.
È da qui che nasce il nostro incontro con Gianluca Cappello, un uomo che ha consacrato la sua vita al volley con passione, competenza e umiltà. Un testimone silenzioso di grandi sfide, che, pur restando fuori dai riflettori, ha scritto pagine importanti della pallavolo italiana.
Gianluca Cappello, classe 1970, è nato a Sortino, in provincia di Siracusa, e ha da poco concluso la sua carriera arbitrale con la più simbolica delle partite: la finale scudetto.
«Ho concluso per raggiunti limiti di età», racconta, con la voce serena di chi sa di aver dato tutto. «Ma non smetto di essere parte di questo mondo: ad agosto sono stato inserito nella Commissione Nazionale Arbitri di Serie B. Continuerò a dare il mio contributo».
La sua storia inizia da lontano, nel 1988, quando l’avvocato Pino Corso — suo professore e presidente provinciale del CONI — lo introduce al corso arbitri.
«Facevo il segnapunti nei campi della Vis Ortigia. Poi mi hanno chiesto di provare. Non mi sono più fermato».
Da allora, una scalata inarrestabile: esordio in Serie A nel 2004, promozione in A1 Maschile nel 2009, designazioni di prestigio come la Final Four di Supercoppa Maschile nel 2018 e la Finale di Coppa Italia A2 nel 2010, fino alla “Stella di bronzo al Merito Sportivo” conferitagli dal CONI nel 2016 e il Premio “Cesare Massaro” come miglior arbitro di A2. Un curriculum che non ha bisogno di presentazioni.

Foto simbolo per Cappello, nel suo ultimo arbitraggio: alla sua sinistra Alessia Orro, Campionessa Mondiale e MVP dei mondiali; l’atleta a destra Johanna Wołosz palleggiatrice e capitana di Conegliano che l’anno scorso ha vinto tutti i titoli di Club (Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa, Champion League, Mondiale per Club)
Gianluca non è un uomo da frasi fatte. Il suo racconto è diretto, mai costruito, ma sempre denso di significato.
Quando gli chiediamo cosa significhi arbitrare una finale, la risposta è semplice:
«È una responsabilità enorme. L’atmosfera, il palazzetto pieno… ti senti addosso il peso del momento. Ma è proprio quella pressione che ti costringe alla massima concentrazione. E la concentrazione, per un arbitro, è tutto perché l’arbitro decide. Sempre.»
Non è solo tecnica, però. C’è una parte umana, profonda, che traspare quando racconta di essere stato definito “l’arbitro simpatico”.
«Una squadra ci disse così. Chiesi perché. Risposero: ‘Perché date serenità, fate rispettare le regole ma con umanità. Vi fate voler bene.’ Ecco, questo per me è il complimento più bello».
Abbiamo chiesto all’ex arbitro se ricordasse la prima volta in cui è sceso in campo.
Lui, con voce commossa: «Ricordo perfettamente la mia prima gara: era una partita giovanile, giocata all’aperto. Avevo fatto il segnapunti fino a quel momento. Quella volta entrai in campo da arbitro. Cambia tutto».
Da lì, la crescita è stata graduale, costruita sulla dedizione.
«A un giovane arbitro direi questo: affronta ogni partita come se fosse la finale scudetto. Solo così arrivi lontano».
Tra le partite più cariche di emozione?
Una semifinale scudetto, con uno scontro verbale sotto rete che fece notizia: «Una scena quasi mai vista nella pallavolo. Riuscimmo a gestirla, ma fu un momento davvero teso. E indimenticabile».
Alla domanda sui riti pre-gara, Gianluca sorride:
«Sempre una banana prima di entrare in campo. Era il mio gel energetico. Mi dava energia, potassio… e un pizzico di scaramanzia».
Nessuna teatralità, solo piccoli gesti che diventano routine, rifugio.
E quando parliamo della moglie Roberta, si fa serio.
«Senza di lei non ce l’avrei mai fatta. Dopo la mia ultima partita, l’ho ringraziata pubblicamente in Rai. Tutti si sono sorpresi, ma per me era naturale. È grazie a lei se ho potuto vivere tutto questo».
Virginia Woolf sosteneva che «dietro ogni grande uomo c’è sempre una donna che alza gli occhi al cielo», forse con pazienza, forse con orgoglio, forse con entrambe le cose. Roberta è stata tutto questo: compagna di viaggio, porto sicuro nei momenti difficili, forza e serenità che hanno permesso a Gianluca di essere sempre lucido, concentrato, presente.
Come recita una vecchia canzone di Lucio Dalla, «…e dietro un grande amore c’è sempre un grande cuore».
E quel cuore, per Gianluca, ha il nome di Roberta.
Gianluca ci tiene a ribadire più volte:
«Un arbitro non è mai solo».
Dietro ogni designazione, ogni partita, c’è un team, un gruppo, un’intera struttura che lavora insieme. E ora che il fischietto è appeso al chiodo, lui continuerà ad esserci: con la stessa passione, la stessa umiltà, lo stesso spirito di servizio.
Ciò che colpisce, parlando con Gianluca Cappello, non è solo l’esperienza tecnica. È la profonda umanità con cui ha vissuto ogni tappa del suo percorso. Mai sopra le righe, mai protagonista. Uno di quelli che fanno la differenza senza clamore.
E oggi, mentre l’Italia festeggia l’oro della sua Nazionale, è bello ricordare che dietro ogni grande partita ci sono anche figure come lui. Arbitri che non cercano i riflettori, ma rendono possibile lo spettacolo. E che, come Gianluca, lasciano un’impronta che va oltre i punteggi.
