MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV

PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

«La pace sia con te!»

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà.

Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: «La pace sia con voi!». Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.¹

 

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfr Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfr Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge nelle prove e nelle circostanze storiche in cui viviamo. Vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio.

Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che può aprirsi, per molte vie, nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci; ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”.

In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, continuano a resistere alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Dimenticare la luce è purtroppo possibile. Si perde allora il senso del reale, cedendo a rappresentazioni parziali e distorte del mondo, segnate dalla paura. Non sono pochi oggi coloro che definiscono “realistiche” narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza dell’altro, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, anche quando sono feriti dal peccato.

Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Scriveva infatti:

«Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».²

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, fratelli e sorelle, apriamoci alla pace. Accogliamola e riconosciamola, invece di considerarla lontana o impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino.

Anche quando è contrastata, dentro e fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola, senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. Essa orienta le nostre scelte. Anche là dove restano solo macerie e la disperazione sembra inevitabile, oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace.

Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli impauriti e scoraggiati, così la pace del Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere attraverso le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

 

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, Gesù disse ai suoi:

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27).

Il turbamento riguardava certamente la violenza che stava per abbattersi su di Lui. Ma più profondamente, ciò che sconcertava i discepoli era la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma che il Maestro chiese di seguire fino alla fine.

La via di Gesù continua a turbare e a suscitare timore. Ed Egli continua a dire: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace del Cristo risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, dentro precise circostanze storiche, politiche e sociali. Di questa novità i cristiani sono chiamati a essere testimoni, anche ricordando le volte in cui ne sono stati infedeli. La grande parabola del giudizio universale invita tutti ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46).

Accanto ai cristiani, camminano donne e uomini che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e liberarsi interiormente dall’inganno della violenza.

Nonostante ciò, molte persone oggi, pur desiderando la pace, avvertono un profondo senso di impotenza di fronte all’incertezza degli eventi. Sant’Agostino notava già questo paradosso:

«Non è difficile possedere la pace… Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano».³

Quando la pace viene trattata come un ideale lontano, non scandalizza più che la si neghi, o persino che si faccia la guerra in suo nome. Mancano le parole giuste, il coraggio di dire che la pace è vicina. Così l’aggressività si diffonde nella vita privata e pubblica, fino a far apparire colpevole chi non si prepara alla guerra.

Oltre il principio della legittima difesa, questa logica contrappositiva alimenta una destabilizzazione globale sempre più grave. Gli appelli ad aumentare le spese militari vengono giustificati con la pericolosità altrui, mentre la deterrenza — soprattutto nucleare — manifesta l’irrazionalità di rapporti fondati sulla paura e sulla forza. Come scriveva san Giovanni XXIII, l’umanità vive «sotto l’incubo di un uragano» sempre possibile.⁴

Nel 2024 la spesa militare mondiale è aumentata del 9,4%, raggiungendo i 2.718 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL globale.⁵ A ciò si accompagna un orientamento educativo e comunicativo che diffonde una visione armata della sicurezza, dimenticando la memoria del Novecento e le sue vittime.

Eppure, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».⁶ Sant’Agostino invitava a non distruggere i ponti, a preferire l’ascolto e l’incontro. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II richiamava con forza la responsabilità dei governanti e dei capi militari davanti a Dio e all’umanità.⁷

Oggi, l’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare acuisce ulteriormente la tragedia dei conflitti, favorendo una deresponsabilizzazione morale nelle decisioni di vita e di morte. Si tratta di una deriva senza precedenti dell’umanesimo giuridico e filosofico. È necessario denunciare le concentrazioni di potere economico che alimentano tali processi, ma anche risvegliare le coscienze e il pensiero critico.

Papa Francesco ha indicato in san Francesco d’Assisi un esempio luminoso di questo risveglio:

«In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive… Francesco ricevette dentro di sé la vera pace».⁸

È una storia che continua in noi e che chiede di unire gli sforzi per una pace disarmante, nata dall’umiltà evangelica.

 

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che giunge fino alla discesa agli inferi, inizia nel grembo di una giovane donna e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra», cantano gli angeli, annunciando un Dio senza difese, che chiede di essere accolto prendendosi cura degli altri (cfr Lc 2,13-14).

Nulla ci cambia quanto un figlio. Pensare ai bambini, ai fragili, a chi è vulnerabile, trafigge il cuore (cfr At 2,37). Papa Francesco ricordava che la fragilità «ha il potere di renderci più lucidi» su ciò che fa vivere e ciò che uccide.⁹

Giovanni XXIII introdusse con chiarezza la prospettiva del disarmo integrale, possibile solo attraverso un rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Nella Pacem in terris scriveva che la vera pace nasce dalla fiducia reciproca e dal superamento della “psicosi bellica”.¹⁰

Questo è un compito decisivo anche per le religioni, chiamate a vigilare contro la trasformazione delle parole e dei pensieri in armi. Le tradizioni spirituali aiutano a superare appartenenze chiuse e identitarie. Tuttavia, oggi assistiamo ancora all’uso strumentale della fede per giustificare violenza e nazionalismi. I credenti devono smentire tali blasfemie con la vita, attraverso la preghiera, il dialogo ecumenico e interreligioso, e una spiritualità autentica.

È auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impari a disinnescare l’ostilità, a praticare la giustizia e a custodire il perdono.¹¹ Così la pace mostra di non essere un’utopia, ma una possibilità concreta.

Ciò non esonera dalla responsabilità politica. Chi esercita ruoli pubblici è chiamato a promuovere una ricomposizione pacifica dei rapporti internazionali, fondata sulla fiducia, sulla lealtà e sulla fedeltà agli impegni.¹² È la via disarmante della diplomazia, del diritto internazionale, della mediazione, oggi troppo spesso indeboliti.

In un mondo segnato da squilibri di potere, occorre contrastare atteggiamenti fatalistici che presentano i conflitti come inevitabili.¹³ Alla strategia che semina sfiducia e disperazione¹⁴ va opposta una società civile viva, partecipativa, capace di giustizia riparativa e di impegno non violento. Già Leone XIII ricordava che l’essere umano cresce nella cooperazione e nella solidarietà reciproca.¹⁵

Possa essere questo uno dei frutti del Giubileo della Speranza, che invita ciascuno a riscoprirsi pellegrino e ad avviare quel disarmo del cuore, della mente e della vita al quale Dio risponde con fedeltà alle sue promesse:

«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

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