Ho vissuto un Avvento ed un Natale “strano”, per tanti versi.

Però ho vissuto e voglio vivere veramente l’“evento del Natale”, per rinascere nella fede nel Dio di Gesù Cristo.

A Natale noi cristiani celebriamo (o dovremmo celebrare) un “fatto”, sì un “fatto”, per di più inaudito ed unico, in fondo come tutti i “fatti”, che mette in crisi tutto, come un grande e disastroso terremoto. Dio entra realmente, povero, nella nostra umanità, cioè si fa realmente e radicalmente uomo e parte fisica di questo nostro mondo, e questo in maniera permanente, non in senso statico, bensì dinamico! Un “fatto”, l’Incarnazione del Verbo di Dio, che cambia il senso ed il destino di tutta la realtà. Il mondo e la storia, per chi crede, non possono più essere letti alla stessa maniera!

Grande scombussolamento e reazione: Non è logico, non è “normale”, è solo frutto di fantasia, è pura poesia illusoria e consolatoria, è paradossale. Così il Natale, ma anche ogni altro “fatto” riguardante la vicenda di Cristo, viene liquidato, in un senso o nell’altro, come “arte-fatto” da parte dell’uomo. Ma tutto questo, consciamente o inconsciamente, avviene per evitare con cura di entrare nel “fatto”. Il “fatto”, nella sua datità intangibile, genera sempre paura.

Ma si tratta di una paura molto più ampia. Infatti, se fa paura il “fatto” di Dio che si incarna ed entra con pieno diritto di cittadinanza nella nostra umanità e nel nostro mondo, fa anche paura ogni altro “fatto” della nostra vita e delle nostre relazioni; soprattutto il “fatto” uomo compagno di viaggio e distinto da noi, ma anche il “fatto” natura, pur essa distinta da noi.

E c’è anche la paura di fronte alla datità del sé (forse la più grande). Per questo tendiamo a vivere sempre “fuori” ed abbiamo paura di entrare in noi stessi e guardarci dento.

Quindi stiamo “sempre fuori”: da Dio, dagli altri, dalla natura, da noi stessi, espropriati della vita, “alienati” e facile preda della ideologia.

Ancora di più: il “fatto” della Incarnazione porta con sé anche, husserlianamente, un metodo assolutamente nuovo di approccio con la realtà: si comprendono i “fatti”, non parlando di essi, né attraverso le opinioni o i giudizi, e neanche indagandoli “scientificamente” dall’esterno, bensì alla maniera del Dio incarnato, cioè entrando in essi, così come si presentano a noi. Ed i “fatti” così come accadono e si presentano ci immergono nella realtà reale, nel suo significato, nella sua capacità di rivelazione. Solo allora avviene un miracolo. Se noi entriamo nel “fatto”, a sua volta il “fatto” entra in noi e provoca la nostra intenzionalità e la nostra libertà e ci costringe a prendere una decisione. Con i “fatti”, infatti, si interagisce e così la verità si costruisce e si realizza.

Ma qui nasce un problema: noi non amiamo il “fatto in sé” (o il “fenomeno”, cioè quello che si presenta immediatamente a noi), perché è “pericoloso per noi” e così lo neutralizziamo con la ricerca scientifica esteriore, con le opinioni a confronto e a dibattito, con i pregiudizi, con i nostri incasellamenti in ideologie pre-costituite, etc. Per “difenderci” ingarbugliamo il “fatto” con le nostre parole vuote ed i nostri ragionamenti altrettanto vuoti.

E’ un’operazione che facciamo di continuo, tutti i giorni. Ed è questa operazione di resistenza che genera la grande fatica del vivere, una fatica che toglie le forze; ma che genera anche l’incomprensione, la violenza inaudita, la sopraffazione dell’altro. In tutte le nostre relazioni (meglio contro-relazioni): con gli altri umani, col mondo, con Dio.

Lo stesso vale anche nel “mondo religioso”, anche qui l’ideologia pre-costituita elimina il “fatto”, impedisce di entrarci. Lo dobbiamo dire, anche se ci fa male: a queste condizioni, in ogni sistema religioso, cristianesimo compreso, non è possibile un incontro vero con Dio (almeno con il Dio di Gesù Cristo!), né con gli altri pur chiamati “fratelli”, né alcuna apertura all’”umano”.

Addirittura, ogni sistema religioso, oltre che dannoso per l’uomo proprio in quanto sistema, diventa anche inutile in quanto, come aveva profetizzato Nietzsche, l’uomo, finalmente, ha ucciso Dio.

In fondo, Nietzsche aveva ragione: la parola vuota, proprio in quanto vuota, uccide il reale ed anche il Reale.

Caliamoci in un esempio. Oggi la guerra uccide e nega (fisicamente) l’essere umano. Quante guerre (diceva Papa Francesco che si tratta di una guerra mondiale a pezzi) ed il mondo (quelli che si reputano i potenti del mondo) spingono a prepararsi ad una ulteriore guerra, ancora più grande e distruttiva, ritenuta ormai inevitabile. Occorre preparare le armi per fronteggiarla! E quindi chiacchere su chiacchere vuote, finti negoziati ed accordi, commenti snervanti a non finire. Ma nessuno vuole entrare nel “fenomeno” guerra, pur così vistoso ed evidente nella sua capacità di distruzione totale dell’uomo e del mondo. E la guerra continua e semina terrore e moltiplica in maniera esponenziale la sua opera di uccisione e distruzione dell’umano, senza che recepiamo veramente la sua menzogna e l’assurdità valoriale della sua logica.

Ma perché tutto questo? Perché l’uomo, gli uomini, non entrano nel “fatto/fenomeno guerra”, “questa guerra”, per capirlo dall’interno e farsi illuminare / cambiare dalla sua realtà, bensì lo sorvolano e lo coprono con le loro “performance teatrali” di parole insignificanti e che non coinvolgono.

In un mondo in cui in maniera sempre più veloce l’uomo bada solo alla rappresentazione astratta della realtà, più che alla realtà stessa, tutto questo ha facile gioco. L’uomo ha smarrito quasi del tutto la realtà di sé e del mondo. Alcuni, pessimisticamente, affermano che questo processo è diventato ormai irreversibile e che non c’è più speranza per l’uomo, ormai reso “oggetto” del processo e non più “soggetto”.

Ma torniamo al Natale.

Quante luci, fiabe, racconti caramellati e sdolcinati! Quante illusioni amare. Una vera droga per addomesticare la coscienza e la consapevolezza, come diceva Marx. Quanti affari per i furbi del commercio e del mercato, che traggono sempre grande vantaggio da ogni reificazione dell’uomo.

Ma anche quante liturgie inutili, che in realtà vanno diminuendo perché hanno stancato l’uomo, ed anche il Signore che viene, relegato sempre in una grotta buia a piangere sommessamente per non disturbare, quasi un clandestino per il quale, insieme agli altri clandestini della storia, continua a non esserci posto.

Forse una immagine i credenti hanno realizzato lungo i secoli, a partire dal “Poverello di Assisi”, per avvicinarsi a Colui che viene per farsi l’Emmanuele, una immagine ricca di cuore e della fantasia di cui l’uomo è capace: il Presepio.

Ma chi “osa entrare” nella grotta in cui è adagiato il Bambinello, con Maria e Giuseppe che “si prendono cura” di lui? “Chi osa entrare” per tenerGli compagnia?

Di una cosa ha bisogno l’uomo, ogni uomo, veramente, poter toccare “il Verbo fatto carme”, non di “parlare di Dio”. Solo quella “carne” lo salva, ma non per magia, bensì per vicinanza, amore e condivisione.

Ma chi ha osato entrare nella Sua grotta oggi?

Sono pochi? Sono molti?

Lo sa e li conosce solo il povero bambino di Betlemme, che “vive nella Sua carne” la nostra vicinanza o lontananza.

Un sospiro ha sostenuto il mio Natale: Maranatha! Vieni, Signore Gesù! Presto!G

Ho vissuto un Avvento ed un Natale “strano”, per tanti versi.

Però ho vissuto e voglio vivere veramente l’“evento del Natale”, per rinascere nella fede nel Dio di Gesù Cristo.

A Natale noi cristiani celebriamo (o dovremmo celebrare) un “fatto”, sì un “fatto”, per di più inaudito ed unico, in fondo come tutti i “fatti”, che mette in crisi tutto, come un grande e disastroso terremoto. Dio entra realmente, povero, nella nostra umanità, cioè si fa realmente e radicalmente uomo e parte fisica di questo nostro mondo, e questo in maniera permanente, non in senso statico, bensì dinamico! Un “fatto”, l’Incarnazione del Verbo di Dio, che cambia il senso ed il destino di tutta la realtà. Il mondo e la storia, per chi crede, non possono più essere letti alla stessa maniera!

Grande scombussolamento e reazione: Non è logico, non è “normale”, è solo frutto di fantasia, è pura poesia illusoria e consolatoria, è paradossale. Così il Natale, ma anche ogni altro “fatto” riguardante la vicenda di Cristo, viene liquidato, in un senso o nell’altro, come “arte-fatto” da parte dell’uomo. Ma tutto questo, consciamente o inconsciamente, avviene per evitare con cura di entrare nel “fatto”. Il “fatto”, nella sua datità intangibile, genera sempre paura.

Ma si tratta di una paura molto più ampia. Infatti, se fa paura il “fatto” di Dio che si incarna ed entra con pieno diritto di cittadinanza nella nostra umanità e nel nostro mondo, fa anche paura ogni altro “fatto” della nostra vita e delle nostre relazioni; soprattutto il “fatto” uomo compagno di viaggio e distinto da noi, ma anche il “fatto” natura, pur essa distinta da noi.

E c’è anche la paura di fronte alla datità del sé (forse la più grande). Per questo tendiamo a vivere sempre “fuori” ed abbiamo paura di entrare in noi stessi e guardarci dento.

Quindi stiamo “sempre fuori”: da Dio, dagli altri, dalla natura, da noi stessi, espropriati della vita, “alienati” e facile preda della ideologia.

Ancora di più: il “fatto” della Incarnazione porta con sé anche,t husserlianamente, un metodo assolutamente nuovo di approccio con la realtà: si comprendono i “fatti”, non parlando di essi, né attraverso le opinioni o i giudizi, e neanche indagandoli “scientificamente” dall’esterno, bensì alla maniera del Dio incarnato, cioè entrando in essi, così come si presentano a noi. Ed i “fatti” così come accadono e si presentano ci immergono nella realtà reale, nel suo significato, nella sua capacità di rivelazione. Solo allora avviene un miracolo. Se noi entriamo nel “fatto”, a sua volta il “fatto” entra in noi e provoca la nostra intenzionalità e la nostra libertà e ci costringe a prendere una decisione. Con i “fatti”, infatti, si interagisce e così la verità si costruisce e si realizza.

Ma qui nasce un problema: noi non amiamo il “fatto in sé” (o il “fenomeno”, cioè quello che si presenta immediatamente a noi), perché è “pericoloso per noi” e così lo neutralizziamo con la ricerca scientifica esteriore, con le opinioni a confronto e a dibattito, con i pregiudizi, con i nostri incasellamenti in ideologie pre-costituite, etc. Per “difenderci” ingarbugliamo il “fatto” con le nostre parole vuote ed i nostri ragionamenti altrettanto vuoti.

E’ un’operazione che facciamo di continuo, tutti i giorni. Ed è questa operazione di resistenza che genera la grande fatica del vivere, una fatica che toglie le forze; ma che genera anche l’incomprensione, la violenza inaudita, la sopraffazione dell’altro. In tutte le nostre relazioni (meglio contro-relazioni): con gli altri umani, col mondo, con Dio.

Lo stesso vale anche nel “mondo religioso”, anche qui l’ideologia pre-costituita elimina il “fatto”, impedisce di entrarci. Lo dobbiamo dire, anche se ci fa male: a queste condizioni, in ogni sistema religioso, cristianesimo compreso, non è possibile un incontro vero con Dio (almeno con il Dio di Gesù Cristo!), né con gli altri pur chiamati “fratelli”, né alcuna apertura all’”umano”.

Addirittura, ogni sistema religioso, oltre che dannoso per l’uomo proprio in quanto sistema, diventa anche inutile in quanto, come aveva profetizzato Nietzsche, l’uomo, finalmente, ha ucciso Dio.

In fondo, Nietzsche aveva ragione: la parola vuota, proprio in quanto vuota, uccide il reale ed anche il Reale.

Caliamoci in un esempio. Oggi la guerra uccide e nega (fisicamente) l’essere umano. Quante guerre (diceva Papa Francesco che si tratta di una guerra mondiale a pezzi) ed il mondo (quelli che si reputano i potenti del mondo) spingono a prepararsi ad una ulteriore guerra, ancora più grande e distruttiva, ritenuta ormai inevitabile. Occorre preparare le armi per fronteggiarla! E quindi chiacchere su chiacchere vuote, finti negoziati ed accordi, commenti snervanti a non finire. Ma nessuno vuole entrare nel “fenomeno” guerra, pur così vistoso ed evidente nella sua capacità di distruzione totale dell’uomo e del mondo. E la guerra continua e semina terrore e moltiplica in maniera esponenziale la sua opera di uccisione e distruzione dell’umano, senza che recepiamo veramente la sua menzogna e l’assurdità valoriale della sua logica.

Ma perché tutto questo? Perché l’uomo, gli uomini, non entrano nel “fatto/fenomeno guerra”, “questa guerra”, per capirlo dall’interno e farsi illuminare / cambiare dalla sua realtà, bensì lo sorvolano e lo coprono con le loro “performance teatrali” di parole insignificanti e che non coinvolgono.

In un mondo in cui in maniera sempre più veloce l’uomo bada solo alla rappresentazione astratta della realtà, più che alla realtà stessa, tutto questo ha facile gioco. L’uomo ha smarrito quasi del tutto la realtà di sé e del mondo. Alcuni, pessimisticamente, affermano che questo processo è diventato ormai irreversibile e che non c’è più speranza per l’uomo, ormai reso “oggetto” del processo e non più “soggetto”.

Ma torniamo al Natale.

Quante luci, fiabe, racconti caramellati e sdolcinati! Quante illusioni amare. Una vera droga per addomesticare la coscienza e la consapevolezza, come diceva Marx. Quanti affari per i furbi del commercio e del mercato, che traggono sempre grande vantaggio da ogni reificazione dell’uomo.

Ma anche quante liturgie inutili, che in realtà vanno diminuendo perché hanno stancato l’uomo, ed anche il Signore che viene, relegato sempre in una grotta buia a piangere sommessamente per non disturbare, quasi un clandestino per il quale, insieme agli altri clandestini della storia, continua a non esserci posto.

Forse una immagine i credenti hanno realizzato lungo i secoli, a partire dal “Poverello di Assisi”, per avvicinarsi a Colui che viene per farsi l’Emmanuele, una immagine ricca di cuore e della fantasia di cui l’uomo è capace: il Presepio.

Ma chi “osa entrare” nella grotta in cui è adagiato il Bambinello, con Maria e Giuseppe che “si prendono cura” di lui? “Chi osa entrare” per tenerGli compagnia?

Di una cosa ha bisogno l’uomo, ogni uomo, veramente, poter toccare “il Verbo fatto carme”, non di “parlare di Dio”. Solo quella “carne” lo salva, ma non per magia, bensì per vicinanza, amore e condivisione.

Ma chi ha osato entrare nella Sua grotta oggi?

Sono pochi? Sono molti?

Lo sa e li conosce solo il povero bambino di Betlemme, che “vive nella Sua carne” la nostra vicinanza o lontananza.

Un sospiro ha sostenuto il mio Natale: Maranatha! Vieni, Signore Gesù! Presto!

(*) P. Giuseppe Mazzotta da anni è cappellano di “Stella Maris” di Augusta, impegnato nell’assistenza gli uomini del mare.

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