Titolo della settimana: Platoon (1986), di Oliver Stone.
Dopo Apocalypse Now e Il cacciatore pensavamo di aver visto e capito quasi tutto sulla “sporca” guerra: due film monolitici e definitivi. Ma il bello della settima arte sta nella sua innata capacità di raccontare storie nuove (o vecchie) che, a volte, nessuno vuole ascoltare, per motivi diversi, anche di comodo.
Ecco allora, quasi fuori tempo massimo, l’uragano Stone, uno che quegli eventi li ha vissuti sul campo e sulla propria pelle e che non vedeva l’ora di tornarvi idealmente, con un copione osteggiato sia da Hollywood sia dal governo degli Stati Uniti: meglio non rivangare il passato. Detto fatto, alla produzione viene negata qualsiasi forma di sostegno, con ordini ben precisi: tenerli a distanza, si tratta di ribelli e dissidenti.
Stone aveva iniziato la stesura nel 1968, appena rientrato dal Vietnam, ma tra difficoltà, altre sceneggiature e lavori paralleli – come il montaggio di Salvador, già recensito – i tempi si allungano, con il rischio che il sogno non veda mai la luce. Il regista ha però la fortuna di incontrare un ex capitano dei Marines, Dal Dye, che avrà un ruolo fondamentale nella lavorazione della pellicola.
Platoon non raggiunge i vertici dei film di Coppola e Cimino citati, ma diventa un tassello imprescindibile nel racconto di quel preciso momento storico: un grande film di denuncia, dal realismo crudo, in cui l’esercito americano – dai comandanti all’ultimo dei soldati – esce con le ossa rotte. Dalla strage di My Lai all’uso diffuso di droghe, sono siluri contro un’amministrazione statunitense che aveva sempre negato tutto.
Chris Taylor (Oliver Stone?) – Charlie Sheen – sbarca in Vietnam, proveniente da una famiglia benestante. La sua è una discesa agli inferi, accompagnata da una voce narrante: «Guardando indietro, ora credo che non abbiamo combattuto contro il nemico, ma contro noi stessi». Grandi prove di Sheen, Tom Berenger e Willem Dafoe in un film che non salva niente e nessuno. L’iconica morte finale di Dafoe segna la fine del sogno americano.
Dopo Platoon e l’inaspettata pioggia di Oscar e altri premi, si pensava che il nostro Oliver Stone rientrasse nei ranghi, rinunciando alla sua crociata antisistema. Niente di più sbagliato: Wall Street, Nato il 4 luglio, JFK – Un caso ancora aperto, Natural Born Killers. In ogni film ha cercato di fare luce nelle zone d’ombra del sistema americano, provocando spesso veri e propri terremoti e trasformando il suo cinema in un’arma capace di scatenare reazioni politiche e sociali.
Una curiosità: Charlie Sheen è figlio di Martin Sheen, protagonista di Apocalypse Now di Coppola. I due lavoreranno insieme in Wall Street (1987), ancora una volta sotto la regia di Oliver Stone.
Buona visione.
