Una scuola che ignori il contesto umano e culturale in cui vive rischia di trasformarsi in un’istituzione astratta, sospesa sopra la realtà
Una domanda interroga chi scrive su un giornale cattolico: può raccontarsi una Chiesa distaccata dalla storia in cui vive?
L’interrogativo mi si è presentato sul desk alla notizia, per molti versi sorprendente, di una scuola della nostra diocesi in cui sembrava non essere stata autorizzata la celebrazione del tradizionale “Precetto pasquale”. Accade a Sortino, un centro urbano in cui la memoria collettiva racconta una storia, anche recentissima, di vocazioni e di servizio: non c’è famiglia che non abbia o non ricordi con orgoglio sacerdoti, religiosi, suore o uomini dell’Arma dei Carabinieri; già capitale del Regno di Hyblon con la sua Pantalica patrimonio Unesco, oggi con meno di 10 mila abitanti per la forte emigrazione giovanile (come in tutto il meridione) accoglie 13 chiese con tre parrocchie e 5 conventi, due dei quali ancora oranti e l’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.
Nelle ore successive alla diffusione della notizia, tuttavia, la dirigente scolastica dell’unico istituto comprensivo cittadino, il “Columba-Specchi”, ha precisato che non vi era stato alcun diniego formale. Dopo una prima fase di riflessione sull’opportunità e sulle modalità dell’iniziativa, il Consiglio d’Istituto ha infatti deliberato la realizzazione della Pasqua della scuola. Una precisazione che ridimensiona l’allarme (e la polemica) iniziale e restituisce alla vicenda il suo corretto contesto procedurale.
Resta però il fatto che la notizia aveva rapidamente acceso una discussione pubblica, segno di quanto il tema tocchi corde profonde nella vita delle comunità locali.
Il richiamo al principio di laicità dello Stato – evocato nel dibattito – è un argomento serio, che appartiene alla grammatica stessa dello Stato democratico e pluralista. Ma proprio per questo richiede una riflessione più ampia, che eviti scorciatoie e semplificazioni. Perché la domanda che una scuola deve porsi non riguarda soltanto l’equilibrio tra diritti diversi: riguarda anche il rapporto tra un’istituzione educativa e la comunità nella quale opera. Può esistere una scuola realmente educativa se si pensa separata dalla storia, dalla cultura e dalle tradizioni del territorio che la circonda?
La questione, del resto, non nasce oggi. Il rapporto tra scuola pubblica e presenza della tradizione religiosa cattolica è stato oggetto di una lunga elaborazione giuridica e culturale nella storia repubblicana – e prima ancora nello Stato unitario. Un punto di svolta fu rappresentato dai Patti Lateranensi del 1929, con i quali si pose fine alla cosiddetta “questione romana” del 1861-1870. In quell’accordo venne riconosciuto un ruolo alla religione cattolica anche nel sistema educativo, come espressione della storia e dell’identità del Paese.
Con la nascita della Repubblica e con la Costituzione, il principio della laicità dello Stato si è consolidato in una forma che non è ostilità verso il fatto religioso, ma garanzia di libertà per tutti. Questo equilibrio è stato ridefinito nell’Accordo di Villa Madama del 1984, che ha aggiornato i Patti Lateranensi. Da allora l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non è più materia obbligatoria, ma offerta formativa facoltativa: gli studenti e le famiglie possono scegliere liberamente se avvalersene o meno.
Il principio è chiaro: lo Stato resta laico, ma riconosce che la tradizione cattolica ha contribuito in modo decisivo alla formazione culturale e storica dell’Italia. Per questo l’insegnamento della religione cattolica continua a essere previsto nelle scuole statali, con programmi definiti d’intesa tra lo Stato e la Chiesa e con docenti qualificati. Una presenza che non è privilegio confessionale, ma proposta culturale radicata nella storia del Paese.
In questa cornice normativa, anche i momenti religiosi tradizionalmente vissuti dalla comunità – come la celebrazione pasquale nelle scuole – non sono automaticamente obblighi per tutti, ma neppure realtà da cancellare per principio. Possono essere occasioni proposte, mai imposte; vissute da chi lo desidera, senza pregiudicare la libertà di chi sceglie diversamente.
A ben vedere, però, la questione non riguarda solo i principi giuridici. Chi vive ogni giorno la scuola ricorda anche alcuni aspetti pratici spesso trascurati nel dibattito pubblico. «In realtà – ci confida un’insegnante – andrebbe chiarito che non si chiama “precetto pasquale” da molti anni. La terminologia più corretta sarebbe “Pasqua della scuola”, proprio perché il termine precetto ha una forte accezione confessionale, legata a una scelta personale di fede».
Una riflessione che apre anche un’autocritica interna al mondo ecclesiale: «Forse – osserva ancora – anche noi come Chiesa dovremmo trovare formule nuove per fare festa e proporre i nostri messaggi». Perché, conclude con realismo, «con tutta la buona volontà, oggi la Pasqua della scuola per molti di coloro che ruotano attorno alla vita scolastica rischia di essere soltanto un giorno di vacanza».
È qui che ritorna la domanda iniziale. La scuola è chiamata a essere luogo di inclusione e rispetto delle differenze. Ma inclusione non significa amputare la memoria collettiva, né cancellare ciò che per una comunità rappresenta identità e storia condivisa. Significa, piuttosto, trovare forme intelligenti di convivenza tra pluralismo e radici.
Una scuola che ignori il contesto umano e culturale in cui vive rischia di trasformarsi in un’istituzione astratta, sospesa sopra la realtà. E invece la missione educativa chiede l’opposto: ascoltare il territorio, dialogare con esso, riconoscerne le tradizioni e insieme aprirle all’incontro con chi arriva da altre storie.
La vicenda di Sortino, alla luce della precisazione arrivata dalla dirigenza scolastica e della successiva deliberazione del Consiglio d’Istituto, mostra in fondo proprio questo: quanto sia delicato l’equilibrio tra procedure amministrative, sensibilità culturali e vita concreta delle comunità educative.
La vera laicità non teme la presenza della fede nello spazio pubblico quando essa è proposta con libertà e rispetto. Al contrario, sa che una società matura non costruisce la convivenza cancellando le identità, ma mettendole in dialogo.
E forse proprio da qui – da una piccola vicenda di provincia – torna utile ricordarlo: una comunità educativa non cresce allontanandosi dalla storia che la genera. Cresce quando la conosce, la comprende e la sa condividere con tutti.
Certo, a pensarci bene, forse il punto è che non tutti abbiamo la stessa visione di società: basti osservare che alla guida della sanità si mettono i manager al posto dei primari, e nella scuola dirigenti in luogo dei presidi. In mezzo, resta aperta la domanda più importante: quale idea di comunità vogliamo educare.
