Una comunità si sente davvero sicura quando percepisce che lo Stato, la giustizia e il tessuto civile camminano insieme
Quando iniziammo a raccontare la drammatica sequenza di furti ai bancomat, osservammo come la crescente spregiudicatezza delle modalità d’azione lasciasse presagire un progressivo innalzamento del livello di violenza. L’impiego, in pieno centro abitato, prima di pale meccaniche e poi perfino di esplosivo, non rappresentava soltanto un salto di qualità sul piano operativo, ma alimentava nei cittadini un diffuso senso di vulnerabilità e di smarrimento.
Il confronto con altre realtà europee rende ancora più evidente questa percezione. In Svizzera, ad esempio, non è raro vedere sportelli bancomat temporanei installati su semplici furgoni parcheggiati accanto agli istituti di credito, segno di un contesto nel quale il rapporto tra sicurezza, fiducia e presidio del territorio consente soluzioni che altrove appaiono difficilmente immaginabili.
Quanto accaduto nei giorni scorsi alla gioielleria di Palazzolo si inserisce purtroppo in questo scenario. Più di ogni commento parlano le immagini della titolare, seduta accanto a ciò che resta di un’attività costruita in decenni di lavoro, e di chi le è vicino senza riuscire a trovare parole capaci di alleviarne lo sconforto. Sono immagini che raccontano non soltanto il danno economico, ma anche la ferita inferta al tessuto umano e sociale di un’intera comunità.
A questo episodio si è aggiunta, nella scorsa notte, la violenta rapina avvenuta a Ramacca. Un benzinaio è stato aggredito nella propria abitazione; l’uomo, nel tentativo di proteggersi, ha reagito riuscendo a mettere in fuga il malvivente, ferendolo a sangue. Al di là degli esiti giudiziari che seguiranno, resta il dramma di una persona costretta a vivere la propria casa, luogo per eccellenza della sicurezza e degli affetti, come teatro della violenza.
Sono vicende che richiamano alla memoria stagioni difficili della nostra storia recente, quando la criminalità sembrava estendere la pressione del “pizzo” ben oltre le attività economiche, incrinando la serenità della vita quotidiana. Ogni epoca ha caratteristiche proprie, ma il rischio che si diffonda un senso di impotenza merita di essere raccolto con attenzione.
In questa prospettiva torna alla mente il caso del gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva per l’uccisione dei rapinatori che avevano assaltato il suo esercizio commerciale e chiamato anche al risarcimento dei familiari delle vittime. Senza entrare nel merito di una dolorosa e comprensibilmente divisiva sentenza definitiva, che va rispettata e che ha accertato precise responsabilità penali personali, quella vicenda continua a suscitare interrogativi sul rapporto tra il diritto alla sicurezza, la tutela della vita e il ruolo dello Stato. Accanto alla responsabilità individuale, che resta il fondamento della giustizia penale, rimane aperta una riflessione sul dovere delle istituzioni di assicurare condizioni nelle quali i cittadini non si sentano soli di fronte alla violenza. Non si tratta di mettere in discussione le decisioni dei giudici, ma di interrogarsi, con spirito costruttivo, su come rafforzare la prevenzione, la presenza sul territorio e la fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni. E se a pagare i risarcimenti civili fosse lo Stato inadempiente?
Perché una comunità si sente davvero sicura non soltanto quando i reati vengono perseguiti, ma quando percepisce che lo Stato, la giustizia e il tessuto civile camminano insieme nella tutela della dignità delle persone e del bene comune.
Di fronte a questi fatti, il tema della sicurezza interpella tutti. Le istituzioni sono chiamate a garantire una presenza efficace dello Stato, capace di prevenire e contrastare fenomeni criminali sempre più organizzati; la magistratura è chiamata, come sempre, ad applicare la legge con equilibrio e indipendenza; la comunità civile è invitata a non cedere né all’indifferenza né alla tentazione di considerare inevitabile il deteriorarsi della convivenza. La sicurezza, infatti, non è soltanto una questione di ordine pubblico, ma un bene comune richiede responsabilità condivise.
