QUELL’ESERCITO DEL FARE CHE “RACCONTA” L’EMERGENZA

Il ruolo della (buona) informazione al tempo del coronavirus.

Siamo tutti, giustamente, pronti a rendere omaggio a quella foltissima schiera di medici, paramedici, farmacisti e, più in generale, di operatori sanitari che in questi giorni così difficili, con “numeri” drammatici (ma non dimentichiamolo mai: sono persone le vite delle quali si complicano maledettamente quando non si spengono), stanno combattendo una strenua battaglia – purtroppo, non di rado, a mani nude. E non è soltanto un modo di dire! –  per difendere la salute di tutti noi. Ci ritroviamo sui balconi per esporre striscioni di incoraggiamento reciproco, per applaudire questo sforzo titanico che si sta compiendo negli ospedali, per intonare canzoni che ci facciano sentire uniti da Bressanone a Portopalo.

Ma proprio per questo mi sembra altrettanto doveroso pensare anche ad un’altra parte di questo che mi piace definire esercito del fare che si sta sbracciando assieme agli operatori della sanità. Penso, ad esempio, a chi comunque è costretto a lasciare casa per andare a lavorare perché impegnato in una delle aziende (piccola o grande che sia non ha davvero importanza) ritenute strategiche, alle forze dell’ordine o a tutta la filiera della logistica, con in testa gli addetti ai trasporti, perché se le persone le possiamo confinare nel (tutto sommato per nulla scomodo) “confino” casalingo le merci invece dobbiamo lasciarle viaggiare e distribuire. E poi, ma non da ultimo, penso a chi ogni giorno ci consente, con professionalità e puntualità, di avere informazioni vere, verificate, affidabili. Penso con riconoscenza a tutti gli operatori del pianeta-informazione – e dunque non soltanto i giornalisti – che con il loro lavoro, con il loro impegno, ci raccontano, ci spiegano, ci fanno emozionare, ci fanno indignare, ci accompagnano per tutta la giornata con le storie che propongono, con le analisi che imbastiscono, con i contributi che sanno ottenere da medici, scienziati e ricercatori. E mi piace accomunare in questo pensiero anche gli edicolanti: migliaia di appassionati lavoratori letteralmente travolti dalla crisi che ha mandato a picco il sistema dell’informazione “tradizionale” basato sui “vecchi” (ma siamo sicuri che siano tali?) giornali di carta e che adesso stanno dimostrando quanto siano invece snodo importantissimo di quel lungo racconto che parte dagli occhi e dal cuore dei cronisti e che, attraverso i mille mezzi tecnici oggi disponibili e le mille professionalità diverse che li guidano, arrivano sino agli occhi e al cuore di ciascuno di noi.

Tra le tante conseguenze che ha prodotto questa emergenza coronavirus che sta così profondamente e rapidamente cambiando le nostre stesse abitudini quotidiane voglio segnalarne una in particolare. La nostra “dieta mediatica”, cioè il nostro menù di approvvigionamento quotidiano di informazioni da ogni fonte (giornali, radio, tv, web, social…), alla fine dell’emergenza sarà profondamente cambiata. Oggi l’ultima “fotografia” ufficiale ed autorevole che abbiamo è quella del recente rapporto del Censis che ha scattato l’istantanea del 2019 secondo il quale oggi “un terzo degli italiani ha una dieta mediatica ricca ed equilibrata, al cui interno trovano spazio tutti i principali media (audiovisivi, a stampa e digitali): sono il 35,5% nel 2018, ma il dato é stabile perché erano il 35,8% anche dieci anni fa. Le diete mediatiche più complete sono appannaggio della classe dei 30-44enni (41,5%), seguiti da chi ha tra i 45 e i 64 anni (39%), mentre i giovani under 30 si collocano, con il loro 34,4%, al di sotto del dato medio. La spiegazione di questa carenza tra i più giovani é data dal numero di quanti utilizzano tutti i media eccetto quelli a stampa, che in questa fascia detà arrivano al 52,8%, nettamente al di sopra del 38% riferito alla popolazione totale.

Ma sarà ancora così? Tra due mesi, sei mesi, un anno, sarà ancora così?. La “fame” di buona informazione, di notizie vere e verificate, oggi filtro efficace quando non argine alle fake news (e quante, purtroppo, ne continuano a circolare!), domani non l’avremo più? Non voglio crederlo. Oggi il mondo dell’informazione, in tutte le sue componenti, è chiamato a fare, se possibile, un ulteriore sforzo contribuendo a costruire da su-bi-to un domani che, da più punti di vista, si annuncia già complicatissimo.  E questo lo si potrà fare soltanto se le aziende editoriali invertiranno la tendenza oggi imperante a tagliare e impoverire le redazioni e torneranno a puntare in via prioritaria su formazione e professionalità. Un giornale, una tv, un sito di informazione, una radio, non è (soltanto) proprietà di una società o di un gruppo editoriale ma dell’intera comunità alla quale “parla”. Ma non basta chiedere agli editori. Occorre che tutti noi, i giornalisti per primi, riusciamo a dare. Anche perché sui social, sul web, ci siamo. Eccome! Come fare? Prendo a prestito l’illuminante decalogo digitale che ha recentemente messo a punto Gigio Rancilio, firma di Avvenire. Come spiega lui stesso nella premessa non è per nulla esaustivo e ciascuno di noi lo può adeguatamente completare e implementare, anche sulla base della propria esperienza. Sia chiaro: vale per tutti, per chi fa professionalmente informazione, per chi si vuol limitare a condividere il proprio pensiero.

1) Il tempo degli altri è prezioso: non subissarli di messaggi, mail, catene, video, post o spam.

2) Ogni volta che stai per postare qualcosa sui social, chiediti: è utile?

3) Se vedi sui social un contenuto dubbio, prima di postarlo verificalo.

4) Se non puoi, non vuoi o non riesci a verificare un contenuto, non condividerlo.

5) Ogni strumento digitale può essere prezioso, ma non abusarne.

6) In questi giorni, più che mai, cerca di non essere aggressivo con chi incontri online. Siamo tutti più fragili.

7) Usa il digitale per rimanere connesso con gli amici. Ma in un modo vero, sincero, profondo.

8) Quando con la tua Rete internet da casa puoi fare tutto, ricordati che il mondo è «online» ma non tutto (anche in Italia molti non sono connessi) e non tutti lo sono allo stesso modo.

9) Questo tempo, più che mai, esige che rispetti gli altri. E che silenzi chi semina odio e falsità.

10) La prima regola per stare bene nel digitale è semplice: applica la buona, antica e sana educazione che ci hanno insegnato da bambini. È analogica ma funziona benissimo anche nel digitale.

Mi auguro – pure alla luce di queste preziose indicazioni – che domani, anche quando questa emergenza sarà alle nostre spalle e inizieremo a “leggere” ciò che è accaduto in questo primo “pezzo” di questo anno bisestile 2020 indossando gli occhiali dello storico e non più quelli del cronista, sapremo distinguere giornalismo vero da ciò che è altro, restituendo al giornalismo autentico quel riconoscimento di un ruolo strategico che sta già ampiamente dimostrando di avere.

 

– Aldo Mantineo è giornalista e scrittore. Il suo ultimo libro è DireFareComunic@re – Gestire un ufficio stampa al tempo dei social, edito da Media&Books.

 

 

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