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PENTECOSTE, DALLA CONFUSIONE ALLA COMUNIONE

PENTECOSTE, DALLA CONFUSIONE ALLA COMUNIONE

“Apparvero loro lingue come di fuoco…  cominciarono a parlare… ciascuno li udiva parlare nella propria lingua… Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (At 2,1-11).

Con la Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo, siamo agli antipodi della “Torre di Babele”. La Torre di Babele, che intendeva dare la scalata al cielo, era la rappresentazione dello strapotere umano e della sopraffazione, nata dall’orgoglio e dalla volontà di dominio. Lì avvenne la confusione delle lingue: gli uomini non si intesero reciprocamente, e regnò la confusione e l’ostilità-

Oggi viviamo in un tempo di confusione:

  • ci vengono dati orientamenti poco chiari e talvolta contrastanti, orientamenti che sono disorientamenti;
  • queste direttive di comportamento vengono interpretate in maniera difforme, secondo una discutibile visione soggettiva;
  • c’è chi vuole l’apertura sociale e professionale in maniera indiscriminata, e c’è chi è preoccupato di queste aperture perché ha paura del contagio del virus;
  • c’è chi mette al primo posto l’economia, che oggi è sofferente, e c’è chi mette al primo posto la salute.

Ma ci sono forme di confusione ben più gravi: parliamo lingue diverse, nel senso che non ci intendiamo l’uno con l’altro. La confusione delle lingue, tipica della Torre di Babele, oggi deriva dalla cultura del soggettivismo: se ognuno si chiude nel suo guscio di noce, non c’è possibilità di comunicazione e di comprensione.

Questa confusione nasce dalla nostra incapacità di ascolto. Solo l’ascolto della Parola di Dio, ispirata dallo Spirito Santo, ci potrà salvare da questa incomunicabilità, e inoltre ci darà la capacità di ascolto dell’altro, soprattutto delle persone più sofferenti. Questa apertura all’ascolto è radicalmente decisiva. Non basta l’apertura dei negozi e degli esercizi pubblici.

Legata alla capacità di ascolto è la capacità di parlare secondo l’ispirazione dello Spirito Santo: cioè la capacità di comunicare pensieri di pace, di amore, di speranza, la capacità di raccontare “le grandi opere di Dio”, realizzate nella nostra vita, la capacità di diffondere la gioia del Vangelo, la capacità di pregare e di cantare lo stupore di fronte all’infinito Amore di Dio.

È interessante notare che nella Pentecoste lo Spirito Santo scese sui credenti in forma di “lingue” di fuoco. Noi oggi abbiamo bisogno di fare una seria riflessione sul nostro linguaggio. Usiamo la lingua, la parola, per comunicare la fede e la speranza? Per comunicare il progetto di costruire la “civiltà dell’amore”? Usiamo parole che sanano le ferite provocate da coloro che usano parole dure come pietre?

E ancora: mentre conosciamo che nei primi secoli del cristianesimo furono trovate parole nuove per comunicare la novità del Vangelo, oggi siamo in grado di trovare un nuovo linguaggio per inculturare la fede nel mondo attuale? Un linguaggio che riscalda il cuore degli uomini come avvenne ai discepoli di Emmaus?

 

Il linguaggio autentico è comunicazione. Se non c’è comunicazione, non c’è comunione. Se non c’è comunione, non c’è Chiesa. Perché la Chiesa è comunione. Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa. Egli ha aperto la Chiesa alla sublime avventura della evangelizzazione nel mondo. Poiché lo Spirito Santo è Spirito di Amore, in virtù dello Spirito Santo la Chiesa è un solo corpo, il corpo mistico di Cristo, di cui noi siamo le membra e Cristo è il Capo.

La comunione acquista uno spessore sconfinato quando Gesù Cristo ci fa il dono dello Spirito Santo: “Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo»” Gv 20,21-22). Dalla bocca di Gesù non sono uscite soltanto le parole, che sono “parole di vita eterna”, ma è uscito anche il suo soffio, il suo alito, con cui ha comunicato lo Spirito Santo. Questo gesto di Gesù ci fa ricordare la creazione dell’uomo, quando Dio, che ha formato l’uomo dal fango della terra, soffia su di lui, e l’uomo comincia a vivere. L’uomo non è solo fango, ma è anche alito di Dio. In questo alito vediamo il fluttuare della vita divina che viene comunicata all’uomo, per cui l’uomo diventa figlio di Dio, partecipe della stessa natura di Dio. Il gesto di Gesù ci fa intendere che, dopo la devastazione del primo progetto di Dio, adesso è avvenuta una nuova creazione. Ancora più splendida. Ognuno di noi porta in se stesso il soffio di Dio, l’alito di Dio, lo Spirito Santo. Ognuno di noi è prezioso agli occhi di Dio quanto il suo alito. Ognuno di noi deve ritenere e trattare i propri fratelli come cosa preziosa, con cui lo Spirito Santo istituisce e costituisce la comunione.

L’effusione dello Spirito Santo in noi è un dono che ci colma di grazia, di gioia e di speranza. Anche nelle asperità della vita.  San Paolo ci raccomanda: “Siate ferventi nello spirito, costanti nella tribolazione, lieti nella speranza” (Rm 12,11-12).

 

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