DAL RAPIMENTO DEL CORPO ALLA QUERELLE SULLA TELA DEL CARAVAGGIO

Ci sono fatti e avvenimenti che – incomprensibilmente – finiscono presto con l’essere relegati nell’angolo più remoto della memoria collettiva, nonostante risalgano a nemmeno 40 anni fa. Una labilità della memoria che non risparmia nulla. Nemmeno il solido culto dei siracusani per la Patrona Santa Lucia. Così capita che delle diverse vicende che, nel corso dei secoli, hanno interessato le reliquie e il corpo della Vergine e Martire Siracusana, alcune siano ben conosciute, altre assai meno. E dire che la “restituzione” del corpo di Santa Lucia è una questione sulla quale, ciclicamente, si registrano impennate di “orgoglio siracusano” con consequenziale avvio di sottoscrizioni, petizioni, richieste, ultimatum, ricorsi, suppliche e appelli alle Autorità…  Insomma, di attenzione ce n’è normalmente tanta, ma non spalmata uniformemente.

Ad esempio, un po’ tutti ricordano (e agli smemorati wikipedia  dà una mano) che “ (…) a causa delle razzie attuate dai saraceni, il corpo della Santa fu prelevato da Siracusa nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace, e portato insieme alle spoglie di sant’Agata a Costantinopoli per farne dono all’imperatrice Teodora. Da lì fu trafugato nel 1204 dai veneziani che conquistarono la capitale bizantina a conclusione della quarta Crociata e fu portato a Venezia dal doge Enrico Dandolo come suo bottino di guerra. Arrivate a Venezia, le spoglie della santa furono trasferite nell’isola di San Giorgio Maggiore. Nel 1279, il mare mosso capovolse le barche che si muovevano per omaggiare Lucia e da allora, morti alcuni pellegrini, si decise di trasferire le reliquie nella Chiesa di Cannaregio, che venne intitolata alla santa. In seguito, a causa della costruzione della stazione ferroviaria, nel 1861 la chiesa venne demolita, mentre l’11 luglio 1860 (quest’anno è dunque ricorso il 160/mo anniversario; ndc)  il corpo era stato definitivamente trasferito nella vicina chiesa di San Geremia in cui attualmente riposa (…)”.

Insomma, come il corpo di Santa Lucia si stato trafugato dalla ”sua” Siracusa per poi finire, come bottino di guerra, a Venezia, è cosa cognita (per dirla alla Camilleri). Molto meno, invece, sembra essere rimasto scolpito nelle nostre menti relativamente al rapimento delle spoglie della Santa avvenuto assai più di recente, il 7 novembre 1981 dalla chiesa di San Geremia a Venezia e il successivo ritrovamento, in circostanze mai del tutto chiarite, 36 giorni dopo, il 13 dicembre di quello stesso anno. E’ un avvenimento del quale non sempre se ne trova agevolmente traccia e quando ciò accade difficilmente questo avviene in maniera esaustiva (pure wikipedia, sull’argomento, è assai parca). Eppure, come potrebbe raccontare ancora oggi chi trentanove anni fa fu testimone dello sgomento di un’intera città, furono giornate davvero difficili. Angoscia e inquietudine i sentimenti collettivi più diffusi, soprattutto perché inizialmente Siracusa dovette difendersi dalla più “facile” e infamante delle insinuazioni, quella cioè che dietro quel rapimento sacrilego vi fossero mani e menti siracusane animate dalla voglia di “riprendersi” a qualsiasi costo le spoglie mortali della Patrona. Dopo di che poi si dovettero fare i conti con le pochissime informazioni che filtravano dalla Laguna (chissà come sarebbero andate le cose se ci fossero stati già i social…), il che aumentava il clima di incertezza ma anche di insofferenza. La preghiera fu, in quel caso, il balsamo che lenì le ferite di molti.

Personalmente mi sono imbattuto in questa vicenda pochi anni fa, a ridosso del “ritorno” a Siracusa del corpo della Patrona nel 2014, dieci anni dopo il primo e storico “rientro”. Un piccolo lavoro di ricerca, condotto soprattutto sulle cronache dei giornali del tempo, poi sfociò in un piccolo volume. Per l’immagine di copertina la scelta cadde su una riproduzione del Seppellimento del corpo di Santa Lucia, dipinto dal Caravaggio nel 1608. Si tratta proprio quel dipinto, dall’esposizione errante (in quel momento era nella chiesa di Santa Lucia alla Badia), finito negli ultimi mesi – e siamo all’attualità – al centro di una vicenda con codazzo di veleni e polemiche di ogni risma.  La querelle legata al viaggio di andata e ritorno della tela al Mart di Rovereto  – dopo un intervento di “pulizia” della tela all’Istituto centrale del restauro di Roma – ha tenuto banco praticamente per un’intera estate.

Avevo avuto modo di vedere in più occasioni, sempre a Siracusa, il prezioso quadro. Ogni volta ha avuto su di me un impatto sempre differente. Ogni volta che ho avuto modo di posarvi sopra lo sguardo non in maniera fugace – magari accompagnando qualche amico in visita in città al quale vorremmo far vedere in poche ore tutto e di più di ciò che di straordinario ha il nostro territorio – sono riuscito a cogliervi dettagli inediti. Animato di questo spirito ho scelto di tornare a guardare da vicino il Seppellimento di Santa Lucia   adesso che è tornato sull’altare maggiore della Basilica alla Borgata, la sua collocazione naturale e originaria.

Ho ovviamente messo in conto di dover pazientare, di mettermi ordinatamente in fila per entrare in Chiesa e potermi fermare per quel poco tempo che mi sarebbe stato concesso di restare. La battaglia combattuta a suon di documenti, dossier, dichiarazioni e comunicati stampa durante tutta l’estate, unita alla stretta decisa più di recente in materia di assembramenti per rendere più incisiva  la battaglia contro il covid-19, mi avevano fatto immaginare ben altro di ciò che ho invece trovato. Ingresso immediato in chiesa, nonostante fosse la tarda mattinata della vigilia della festa di Santa Lucia, nessuna fila, controllo temperatura corporea e igienizzazione mani fatta in un lampo. Eccomi dentro la chiesa, a pochi metri da quel dipinto che avevo praticamente a disposizione dei miei occhi e di quelli di pochi altri visitatori (quasi nessuno siracusano).

Ma quel Caravaggio non era un bene del quale la Città non avrebbe dovuto e potuto privarsi nemmeno per pochi mesi per essere esposto lontano da Siracusa?

Non sarebbe stato logico attendersi che, appena avuta notizia del rientro del dipinto – avvenuto per altro in forma tutt’altro che “clandestina” –, vista anche la concomitanza della festa (e al netto delle restrizioni di movimento determinate dalla pandemia), migliaia di siracusani si ritrovassero davanti alla chiesa per rivendicare, concretamente e non soltanto a parole, l’appartenenza di quella tela alla comunità e salutarne il ritorno?

Possibile che anche in questo caso, come in quello del rapimento –  trentanove anni fa – del corpo della Patrona, la nostra memoria collettiva sia diventata così… corta?

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