“Agire nella comunità (sindaci, servizi sociali, giustizia, psichiatria, periti, avvocati, garanti, utenti, familiari e società civile) per una società inclusiva e solidale. È essenziale la formazione, la ricerca sui processi ed esiti in termini di salute e di sicurezza”. Così Pietro Pellegrini ha voluto sintetizzare quanto si è discusso a Roma lo scorso 6 e 7 dicembre 2024 presso il centro congressi Frentani, nella 2^ conferenza nazionale autogestita per la salute mentale.

Pellegrini, psichiatra e psicoterapeuta, ha messo in evidenza alcuni fatti e alcuni numeri che dovrebbero fare riflettere: “Per ridurre il sovraffollamento detentivo si propone l’introduzione del numero chiuso e il dimezzamento del numero dei detenuti mediante misure alternative, misure di legge su indulto e le droghe”. Un esempio di numeri “importanti”, è il caso dei  c.d “Liberi sospesi”. “I liberi sospesi –ha introdotto Pellegriniovvero chi, essendo stato condannato con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni, dopo la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena (art. 656, co. 5 c.p.p.), attende per molto tempo (spesso per anni) la decisione del tribunale di sorveglianza sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione, rappresentano circa 90 mila persone. Un numero molto alto del quale ci si preoccupa poco e senza toni allarmistici, a differenza della lista di attesa per le Rems –residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza-, che certifica una grave difficoltà del sistema dell’esecuzione penale, inconciliabile con i principi costituzionali e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”. Ma non finisce qui. In carcere, purtroppo, ci sono tanti suicidi. “I suicidi sono 85 dall’inizio dell’anno al 30 novembre 2024 e 7 si sono avuti tra gli agenti –ha continuato lo psichiatra-; 146 reclusi sono morti “per altre cause” di cui 28 da accertare. Il tasso è 20 volte superiore a quello della popolazione generale. Si sono registrati 1.564 tentati suicidi oltre 10.000 casi di autolesionismo soprattutto tagli alle braccia o al torace. Ogni suicidio è un evento sentinella che richiede un’analisi organizzativa”.

Dalla sua relazione, apprendiamo anche quanto sia importante il cambio di paradigma all’interno della psichiatria.

“Superare una psichiatria solo biologica e psicofarmacologica –ha affermato il professore- con il mero scopo del controllo comportamentale e magari obbligatoria e coercitiva, per arrivare ad una visione complessa, biopsicosociale, economica, ambientale e culturale, base fondamentale per costruire salute, compresa quella mentale e benessere di comunità. Per fare questo, il riferimento deve restare la Costituzione. No a nostalgie manicomiali”.

La psichiatria dunque, deve essere vissuta non più come strumento di controllo sociale e custodia, ma come strumento di cura e di una sorveglianza sanitaria. Si deve continuare per applicare approcci collaborativi, promuovendo la graduale deistituzionalizzazione e il superamento delle Rems.

In carcere si registra anche un aumento della popolazione anziana (10% oltre i 70 anni) con un incremento delle patologie croniche e gravi che incide sulla salute compresa quella mentale e sul carico sanitario.

Le relazioni dell’ex presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, (2023), Mauro Palma, oggi presidente del Centro di ricerca European Penological Center dell’Università Roma Tre, evidenziano che la “vulnerabilità sociale” riguarda circa 80% dei suicidi, le persone straniere (55%), senza tetto (26%) e “solo” il 13% presenta all’anamnesi patologie psichiatriche. La posizione giuridica dei suicidi era per il 54% persone con misure non definitive e il 37% era in attesa del primo giudizio. Nel 2022 le donne suicide erano 5 su 85, in percentuale superiore (2,1 per mille detenuti) a quella maschile (1,48). Dagli studi emerge la rilevanza di periodi critici (udienze, fine pena), delle stagioni (l’estate), delle sedi della detenzione (media sicurezza) e del sovraffollamento.

“Il disagio psichico –ha affermato lo psicoterapeuta – è presente in tutte le sezioni detentive ed è elevato il ricorso agli psicofarmaci, utilizzati più che per finalità terapeutiche per una “sedazione collettiva” e “pacificazione” delle sezioni. Il 20% persone detenute (oltre 15 mila) fanno regolarmente uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, cioè di quella tipologia di psicofarmaci che possono avere importanti effetti collaterali”.

Individualizzare dunque il trattamento delle persone detenute, tenendo conto dei rapporti e dei ruoli che la persona esercita in famiglia così da preservarli e implementarli per separare ciò che col reato non c’entra assolutamente nulla. Tutto ciò, per ridurre così lo stigma e aiutare all’elaborazione del reato commesso.

Accoglienza, ascolto non giudicante, condivisione dei percorsi di cura sono stati alcuni dei passaggi affrontati da Pellegrini nella sua relazione che ha auspicato anche la creazione di piccole comunità per l’inclusione sociale, in linea con la proposta di legge n. 1064/2023 per l’istituzione delle Case territoriali di reinserimento sociale, orientate alla personalizzazione e a risolvere i problemi e non strutture grandi meramente detentive, luoghi di espiazione ed emarginazione.

“Il percorso di chiusura degli Ospedali psichiatrici civili e giudiziari e la costruzione del welfare di salute mentale di/nella comunità –ha rimarcato il professore- implica una collaborazione interistituzionale al fine di promuovere salute, sicurezza e il reinserimento sociale secondo un modello diffuso di comunità passando dal paradigma custodiale al paradigma del prendersi cura complesso che può essere comune tutte le istituzioni”.

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