Oggi la sua lezione è più attuale che mai*

Ricorre oggi l’anniversario della morte di Tina Anselmi, democristiana, prima donna ministro in Italia.

Il suo nome è legato alla riforma più importante del dopoguerra, che rivoluzionò il nostro sistema sanitario e che ora, purtroppo, stenta talvolta a rispondere alle nuove necessità delle persone.

Eppure, anche  per rispettare la figura di questa donna, che si batté in prima persona per la libertà del nostro Paese, non possiamo mai smettere di credere che la sanità pubblica sia un diritto per tutti e dobbiamo contrastare, con tutte le nostre forze, la “malasanità”.

Dobbiamo farlo ricordando che l’art. 32 della nostra Costituzione afferma: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

L’Italia è stata la prima nazione in Europa a riconoscere nella carta costituzionale il diritto alla salute, con una norma così rivoluzionaria che si dovette attendere addirittura trent’anni per vederla applicata.

Nel 1978, da ministra della Sanità, la Anselmi firmò la Legge 833, istituendo il Servizio Sanitario Nazionale.  Voleva un sistema fondato su “globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza dei trattamenti, rispetto della dignità e della libertà della persona”. La riforma toccò enormi interessi di potere ed economici e la Anselmi si trovò cos’ì a fronteggiare una forte opposizione da parte degli enti sanitari privati.

Universalità, eguaglianza, rispetto, dignità, libertà: sono racchiusi in queste cinque parole i principi alla base di una sanità che si prende cura delle persone.

Cinque parole che oggi rischiano purtroppo di restare slogan vuoti, schiacciate come sono tra carenze di personale, liste d’attesa interminabili e un crescente ricorso alla sanità privata.

Salvaguardare il diritto alla cura di tutti, proprio tutti, nessuno escluso, vuol dire non abbandonare a se stessi quanti sono costretti a rinunciare a curarsi perché emarginati, messi da parte da un sistema che li tratta non come dei pazienti ma come dei clienti.

Dal diritto alla cura al privilegio di chi può permetterselo

Come fare finta di non comprendere che ogni rinuncia alle cure è una sconfitta collettiva? In tal modo, come è stato giustamente rilevato, è il nostro intero sistema democratico che arretra, un centimetro alla volta, fino a lasciare indietro i più fragili, proprio quelli che Tina Anselmi avrebbe voluto proteggere per primi.

La democrazia non si poggia solo sulle elezioni, ma sulla fiducia nei diritti comuni e la sanità pubblica è uno, forse il più rilevante, di quei diritti su cui si basa l’idea stessa di comunità.

La rivoluzionaria riforma sanitaria voluta dalla Anselmi non può e non deve quindi essere una promessa tradita, che per vile mancanza di spirito solidale non riusciamo a mantenere. Ogni volta che un cittadino rinuncia a curarsi, ogni volta  che si sente solo e deve confrontarsi con liste d’attesa infinite e con insulse pratiche burocratiche, tradiamo quella promessa.

La politica deve interloquire ogni giorno con i cittadini che si sentono abbandonati e deve trovare il modo di reperire risorse economiche, personale sanitario, posti letto, nuovi ospedali ma anche attenzione ed ascolto verso le esigenze delle persone.

Perché, come sosteneva Tina Anselmi, nessuna conquista è irreversibile, e la democrazia, come la sanità, sopravvive solo se continuiamo a prendercene cura.

di Salvo Sorbello – Presidente del Comitato Consultivo Asp di Siracusa

  • Nella immagine in evidenza una delle tante visite di Tina Anselmi (al centro) nel siracusano accompagnata dal suo segretario particolare dott. Vincenzo Giaccotto. Nella foto l’inaugurazione della Biblioteca di Sortino dopo la consueta visita nel convento di clausura delle Benedettine.

 

 

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