Titolo della settimana: Rocky (1976), di John G. Avildsen
Ci sono film che diventano patrimonio dell’umanità, e tra i personaggi che hanno contribuito a questo status Rocky Balboa è senza dubbio uno dei più umani. Personaggio sullo schermo e riflesso nella vita reale, Rocky – come il suo creatore – si è fatto da solo, superando ogni forma di pregiudizio. Il suo nome è Sylvester Stallone.
La scalata al successo di Stallone inizia proprio con Rocky, un film sul quale nessuno a Hollywood avrebbe scommesso un dollaro. Nel 1976 Sylvester, allora quasi sconosciuto, scrive in soli tre giorni una sceneggiatura che viene puntualmente rifiutata da tutti. Solo la United Artists mostra un timido interesse, ma pone una condizione: Stallone non deve interpretare il protagonista. Nonostante le gravi difficoltà economiche, l’attore rifiuta. L’orgoglio, questa volta, prevale sulla necessità.
Arriva così una controfferta: un milione di dollari di budget totale – «fattelo bastare per tutto» – e Stallone protagonista. In precedenza lo studio aveva pensato a nomi come Robert Redford, James Caan e Ryan O’Neal. John G. Avildsen accetta la regia; con lui esordisce alle musiche Bill Conti, mentre la fotografia viene affidata a James Crabe, che non aveva mai girato un film per il cinema. Un’armata Brancaleone, verrebbe da dire, degna della migliore commedia italiana.
Le riprese durano appena 28 giorni, ma il destino mette sul set un asso nella manica: Garrett Brown, il mago della Steadicam. Il suo contributo è fondamentale per le sequenze diventate iconiche, dai combattimenti alla celebre corsa sulla scalinata del Philadelphia Museum of Art.
La storia scritta da Stallone prende spunto dal celebre match del 24 marzo 1975 tra Chuck Wepner e Muhammad Ali, un incontro che tutti davano per chiuso in poche riprese e che invece durò quindici round. Per il ruolo dell’antagonista viene scelto Carl Weathers, perfetto nei panni di Apollo Creed. Talia Shire – sorella di Francis Ford Coppola e reduce da Il padrino – è una delicata e indimenticabile Adriana. Ottimi anche Burt Young, Burgess Meredith e Tony Burton.
Con un budget ridotto all’osso, Stallone compie veri e propri salti mortali: sul set mancano perfino le roulotte per gli attori, i costumi sono spesso riciclati e persino il cane di Rocky è il vero bullmastiff di Stallone, che l’attore aveva dovuto vendere per necessità economiche. Dopo il successo del film, riuscirà a ricomprarlo e a inserirlo nei primi due capitoli della saga.
La forza di Rocky risiede soprattutto in una sceneggiatura che non scade mai nello stucchevole, mantenendo un realismo raro per il genere. Fotografia e scenografie, interne ed esterne, restituiscono con autenticità i bassifondi di Philadelphia, dove Rocky si muove con andatura goffa e dimessa, lontano da qualsiasi eroismo patinato. Indimenticabili le scene sulla pista di pattinaggio, la scelta dello sfidante da parte di Apollo Creed, il match finale e la mitica corsa all’alba per le strade della città, fino alla scalata del museo.
A distanza di quasi cinquant’anni, Rocky continua a scaldare i cuori. Quello che doveva essere soltanto un film “muscolare” riesce a funzionare anche come racconto melodrammatico e sociale. La United Artists, che aveva investito quel milione di dollari quasi come un azzardo, ne incassò alla fine 225.
Rocky: cinquant’anni portati magnificamente.
Buona visione. 🥊
