I cristiani siano nel mondo come trasparenti granelli di sale

Subito dopo le “beatitudini”, che aprono il “sermone della montagna”, cioè il primo dei cinque grandi discorsi di Gesù contenuti nel Vangelo secondo Matteo, il Maestro si rivolge direttamente ai suoi discepoli con due incoraggianti e lusinghieri apprezzamenti espressi con altrettante immagini, ma al contempo con due rispettive responsabilità ed esigenze che richiedono la consapevolezza della serietà del discepolato cristiano.

La prima immagine è quella del sale: «voi siete il sale della terra» (Mt 5,13a). Il tono è certamente positivo, come si evince confrontando un passo del Vangelo di Marco che è possibile mettere in parallelo a questo: «buona cosa è il sale» (Mc 9,50a). Immediatamente, però, il discorso di Gesù si sposta leggermente su un’eventualità spiacevole, cioè quella di una perdita di sapore del sale stesso: «ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete?» (Mc 9,50b). E il testo di Matteo rincara ulteriormente la dose: «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5,13b).

Forse occorre soffermarsi a spiegare questa espressione, che rischia di risultare oggi non pienamente comprensibile: sebbene il sale da cucina che utilizziamo oggi non corra pericolo di alterazione o diminuzione di sapidità, i sali estratti dal Mar Morto ai tempi di Gesù non sono composti semplicemente dal cloruro di sodio, ma comprendono anche residui di altre sostanze effettivamente alterabili, che una volta compromessa la gradevolezza del sapore venivano in effetti gettati sui manti stradali calpestabili.

Perché Gesù ha scelto di ricorrere proprio all’immagine del sale per descrivere il dover essere del suo discepolo ideale? Non tanto perché il significato di “sapore” – di cui il sale sembra il referente più emblematico – condivida in parte l’etimologia di “sapienza”, assonanza possibile soltanto in latino e nelle lingue da esso derivate, come l’italiano, e invece del tutto assente nelle lingue bibliche (ebraico e greco).

Forse Gesù alludeva al fatto che il sale è la spezia universalmente indispensabile per rendere gustosa al palato ogni pietanza: seppur ricca di qualsiasi altro genere di ingredienti, anche i principali di ogni ricetta, la mancanza di sale toglierebbe ogni appetibilità al cibo.

Eppure, il sale per sua natura si dissolve quasi immediatamente durante la cottura o il condimento, e quindi la sua presenza diviene subito invisibile e facilmente dimenticabile, così che il “merito” della piacevolezza di una pietanza viene attribuito ad altri ingredienti: al sale, semmai, di attribuisce soltanto la “colpa” di essere presente in quantità troppo alta o troppo bassa, e così guastare il gusto globale del cibo.

Probabilmente Gesù chiede ai suoi discepoli di riprodurre queste caratteristiche in comune col simbolo del sale: avere la benevolenza di mescolarsi tra gli altri e l’umiltà di scomparire rendendosi quasi invisibili, ma contribuendo affinché dal suo “sapore” tutti gli altri ricevano beneficio, migliorando, valorizzando e ottimizzando i propri rispettivi “sapori”, ravvivandoli quando il torpore della vita rischia di renderli “insipidi”.

Così, si rende il mondo più gradevole e buono, e poco importa se non sia il sale a venir gratificato con riconoscimenti espliciti: purché il risultato sia buono, ben venga che i meriti siano il frutto di una condivisione. Per questo la seconda immagine adoperata da Gesù è quella della luce: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Risplenda non il luccichio narcisista dei singoli individui, ma la bellezza della comunione fraterna e “sinodale”, per dare gloria a Dio, e non vanagloria agli uomini.

I cristiani siano nel mondo come trasparenti granelli di sale, mescolati fra tutti, illuminando tutta la società con la sapienza del Vangelo, e con la bontà delle loro opere orientino lo sguardo dell’umanità verso l’alto, glorificando Dio.

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