FRANCOFONTE – La relazione ministeriale alla base dello scioglimento dell’amministrazione comunale di Francofonte per infiltrazioni mafiose traccia un quadro di profonda compromissione delle istituzioni locali. Le quaranta pagine del documento descrivono una macchina amministrativa permeabile all’influenza e ai condizionamenti della criminalità organizzata, con grave pregiudizio per la trasparenza, la legalità e la corretta gestione della cosa pubblica.
Quando un atto burocratico di questa portata varca la soglia della Gazzetta Ufficiale, cessa di essere una sterile sequenza di timbri per trasformarsi in carne viva. La pubblicazione dell’atto formale ha infatti spalancato le porte a una tempesta emotiva e sociale che attanaglia la nostra comunità: un’ondata di reazioni viscerali, veleni e amare riflessioni che sta spaccando il paese a metà. I contenuti del provvedimento consegnano alle cronache il ritratto d’una gestione pubblica dove l’interesse collettivo è rimasto sopraffatto da ombre e condizionamenti. Eppure, al di là dei confini contabili e amministrativi, la ferita più profonda resta quella morale. Nel clima arroventato di questi giorni, i vertici uscenti dell’amministrazione hanno scelto la via della riservatezza e del silenzio, evitando esternazioni pubbliche. Se tra la popolazione non manca chi affida alla giustizia e alle sedi opportune la speranza che gli amministratori possano chiarire le proprie posizioni e dimostrare la correttezza del loro operato, sul versante politico l’atmosfera è di forte contrapposizione.
Da una parte l’opposizione del Partito Democratico assieme all’ex consigliera comunale Ilaria Palermo e Valentina La Rocca, già candidata sindaco e coordinatrice del movimento Francofonte Futura, parla di un «quadro gravissimo» e rivendica la propria battaglia per la verità; dall’altra si levano voci sferzanti come quella di Alessia Piccione: «A quanto pare non eravamo pazzi. Il Re è nudo e gli OMISSIS sono smascherati. Credo che una comunità possa affrontare le proprie difficoltà e costruire il proprio futuro solo quando ogni persona riscopra il valore del bene comune e il dovere di prendersene cura. Una comunità libera è una comunità che trova il coraggio di partecipare, denunciare, controllare e costruire insieme. Siamo disposti a farlo?». A queste posizioni si affianca l’amaro bilancio dell’ex consigliere Nuccio Randone, che dinanzi alle rovine della politica parla di una sconfitta corale: «Ho perso amicizie per l’opposizione storica. Mi sento profondamente sconfitto: abbiamo perso tutti, politica e cittadini. Che nessuno si senta assolto, è tempo di ricostruire il tessuto sociale». È proprio su questa «ricostruzione del tessuto sociale» che la nostra riflessione di credenti deve soffermarsi. Perché la risposta delle piazze — e soprattutto delle piazze virtuali — rischia di essere ancora più insidiosa del dissesto istituzionale: lo scetticismo rassegnato. Commenti sconfortati come quelli di Alessandro Todaro, che definisce la vicenda «una battaglia tra polli» e aggiunge che «giustizia sociale non ce n’è mai stata e mai ci sarà: le 40 pagine lasciano il tempo che trovano. Chi è ultimo rimane ultimo», rivelano un male oscuro: la rassegnazione.
Quando il cittadino si persuade che l’ingiustizia sia ineluttabile, a fallire non è solo la politica, ma l’idea stessa di comunità fraterna. Sperare nell’azione della Commissione straordinaria affinché «ristabilisca legalità e trasparenza», come auspicato da Carlotta Selvaggi, è doveroso, così come occorre vigilare rispetto a chi, come Cinzia Inserra e Rosita Russo, declassa il dibattito a mera «propaganda per le prossime elezioni». Ma i commissari prefettizi, da soli, garantiscono il ripristino formale delle norme, non la rinascita di un’anima. La legalità non è un involucro freddo da delegare allo Stato; è un abito interiore che richiede il contributo attivo di ciascuno. Di fronte alle tentazioni della propaganda e alle tifoserie elettorali che già si intravedono all’orizzonte, Francofonte è chiamata a un esame di coscienza collettivo. La giustizia sociale non cade dall’alto, né la legalità si esaurisce nelle carte di un decreto.
È il momento di disarmare i toni, superare i veleni ed evitare che il dolore per la ferita subita si trasformi in cinismo. Ripartire significa prendersi cura degli ultimi, rieducare alla responsabilità e ricordarsi che la verità, prima di appartenere a una fazione, appartiene alla dignità di un intero popolo.
