La gloriosa nazionale italiana eliminata per la terza volta consecutiva dai mondiali di calcio. Fiumi di lacrime di coccodrillo.

Come volevasi dimostrare. Senza vivaio, con una struttura organizzativa basata sulla potenza economica della campagna acquisti si ottengono risultati individuali, nessuna speranza di una crescita virtuosa del contesto sportivo in cui si vive.
Proprio come sta succedendo alla politica, in cui i partiti si curano le fondazioni correntizie dove calamitare il sostegno economico delle lobby a discapito delle politiche sociali necessarie a coinvolgere l’elettorato e senza l’accesso alla politica dei giovani.
Non meravigliamoci dunque se la rete della nostra nazionale è piena di goal e le nostre urne sono vuote.

Il parallelismo, a ben vedere, non è solo suggestivo: è strutturale. Il calcio, da sempre metafora nazionale, restituisce oggi un’immagine fedele del nostro declino civico. Dove manca il lavoro paziente sui settori giovanili, dove si preferisce acquistare anziché formare, si costruiscono squadre fragili, incapaci di reggere alla prova del tempo e della competizione vera. Si vince forse una partita, raramente un ciclo. E soprattutto si perde un’identità.

La politica italiana sembra aver imboccato la medesima traiettoria. Al posto delle scuole di partito — quelle che formavano classi dirigenti, trasmettevano cultura istituzionale e senso dello Stato — troviamo oggi contenitori opachi, più attenti al finanziamento che alla formazione, più inclini alla cooptazione che al merito. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: leadership intermittenti, consenso volatile, programmi evanescenti.

In entrambi i casi, si è smarrito il concetto di comunità. Il vivaio, nello sport, non è solo un serbatoio di talenti: è un luogo di appartenenza, dove si impara a perdere prima ancora che a vincere, dove il talento viene disciplinato e trasformato in responsabilità. Allo stesso modo, la politica dovrebbe essere palestra di cittadinanza, spazio di crescita collettiva, non semplice arena per carriere individuali.

E invece assistiamo a un progressivo svuotamento. Gli stadi si riempiono di aspettative deluse, le urne di assenze. I giovani, esclusi o disillusi, osservano da lontano un gioco che non li riguarda più, né sul campo né nelle istituzioni. E quando una nazione rinuncia a formare i propri giovani — atleti o cittadini che siano — accetta implicitamente di vivere di rendita, finché la rendita non si esaurisce.

La lezione è semplice, ma sembra ignorata: non esistono scorciatoie durature. Né nel calcio né nella politica. Senza investimento sul lungo periodo, senza fiducia nelle nuove generazioni, senza strutture che privilegino la crescita alla mera sopravvivenza, ogni successo sarà episodico, ogni sconfitta sistemica.

Forse, allora, dovremmo tornare a guardare il campo con occhi diversi. Non per contare i goal subiti, ma per chiederci chi non abbiamo fatto giocare. Non per lamentare l’astensione, ma per domandarci chi non abbiamo voluto ascoltare. Perché, in fondo, una nazionale trafitta e una democrazia disertata raccontano la stessa storia: quella di un Paese che ha smesso di credere nel proprio futuro.

  • Immagine in evidenza: Luca Pizzuto
Condividi: