La Professione Perpetua dei voti di Suor Lucia del Buon Pastore, nel monastero delle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento a Sortino, diventa l’occasione per una breve riflessione sul senso della vita religiosa, e della clausura in particolare.

Il concetto di clausura viene spesso frainteso dal mondo esterno come un limite, una barriera o, peggio, una fuga. Tuttavia, per chi celebra la propria professione perpetua, il “recinto” non serve a chiudere fuori la realtà, ma a custodire una presenza: il Chiostro come “Hortus Conclusus”.

Il recinto è il perimetro di un amore che non accetta distrazioni. Riprendendo l’immagine biblica del Cantico dei Cantici, la claustrale accetta di essere “giardino chiuso, fontana sigillata”. Questo limite fisico è la condizione necessaria per la libertà interiore: nel perimetro del monastero, la nostra Suor Lucia non è prigioniera, ma “abitatrice” di un Regno che non ha confini. Il muro della clausura delimita lo spazio dove l’incontro con lo Sposo può avvenire senza schermi, nel faccia a faccia quotidiano.

In un mondo saturo di parole e rumore, la scelta della claustrale è una scelta di ecologia spirituale.

Il silenzio non è vuoto: è un silenzio “abitato”.

L’ascolto: tacere non significa non comunicare, ma affinare l’udito del cuore per percepire il “bisbiglio di una brezza leggera” (1 Re 19,12) in cui Dio si manifesta. Abitare il silenzio significa permettere all’Infinito di prendere parola nella propria vita. La giovane suora che professa i voti perpetui si impegna a diventare essa stessa “eco” della Parola di Dio.

Nel nascondimento del chiostro, anche il gesto più umile — il lavoro manuale, la preghiera corale, la vita fraterna — acquista un peso d’eternità.

Il tempo della clausura non è tempo perso, ma tempo reso sacro. La professione perpetua sigilla questa dedizione: ogni istante vissuto nel nascondimento diventa un atto di adorazione continua, un modo per stare davanti a Dio a nome di tutti coloro che non hanno tempo, o voglia, di farlo.

Se fino ad ora il nostro sguardo si è concentrato verso l’alto e verso l’interno, vedremo come proprio questo isolamento d’amore renda la scelta della vita claustrale paradossalmente vicina a ogni sofferenza e speranza dell’umanità.

Proprio quando Suor Lucia si separa fisicamente dal mondo, vi si unisce in modo più profondo, universale e soprannaturale. La professione perpetua non è un atto di isolamento, ma un atto di comunione suprema.

La clausura non è un muro che esclude, ma una lente che mette a fuoco le sofferenze e le speranze del mondo. La monaca che professa i voti perpetui rinuncia a “un” amore per accogliere l’Amore, diventando madre in modo spirituale.

Nel segreto del coro, la claustrale porta davanti all’altare i volti di chi non ha voce: i disperati, gli ammalati, chi non sa più pregare.

Si può paragonare la vita claustrale al cuore o ai polmoni in un corpo. Non si vedono, sono nascosti nella profondità del petto, ma senza il loro lavoro silenzioso e incessante, le membra esterne (le opere di carità, l’evangelizzazione, l’azione nel mondo) non potrebbero vivere.

La professione perpetua stabilisce una “stazione di rifornimento” spirituale per l’umanità. Mentre il mondo corre, la claustrale resta ferma, garantendo che il legame tra terra e cielo non si interrompa mai.

Come il seme che deve morire sottoterra per dare frutto, così la vita della suora di clausura è una “morte” feconda che nutre la vitalità di tutta la comunità cristiana.

Con i voti perpetui, la giovane suora diventa sposa di Cristo e, in Lui, madre dell’umanità. La sua non è una vita sterile, ma una vita che genera speranza.

Non avendo legami familiari esclusivi, la claustrale appartiene a tutti. La sua grata diventa un luogo dove l’umanità ferita sa di poter trovare ascolto e intercessione.

In un mondo spesso immerso nella notte del materialismo, la vita claustrale grida con la sua stessa esistenza che “Dio solo basta”. È un richiamo costante verso la meta finale di tutti noi.

La professione perpetua è l’ingresso definitivo in un amore che non conosce confini geografici.

“Capii che la Chiesa ha un Cuore e che questo Cuore brucia d’Amore. Capii che solo l’Amore spinge all’azione le membra della Chiesa… sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa: nel Cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore!” (Santa Teresa di Lisieux)

– Nella foto d’archivio di Cammino, settembre 2011, l’ingresso delle Sacramentine del convento di Sortino
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