Seleziona Pagina

La tavola dei cristiani: dal sacrificio alla libera rinuncia

La tavola dei cristiani: dal sacrificio alla libera rinuncia

E’ santa la nostra tavola?

“Non ciò che entra dalla bocca rende impuro l’uomo”. Questa ed altre espressioni dei Vangeli determinano che nel cristianesimo, a differenza di molte altre religioni e, in particolare, delle altre due religioni monoteiste, non vi siano cibi proibiti; anzi, agli albori del cristianesimo, mangiare tutto era un segno distintivo di appartenenza e di differenziazione rispetto agli ebrei. Tuttavia, secoli dopo, e per molti secoli, i giorni nei quali erano obbligatori l’astinenza dalla carne e dai cibi di origine animale o il digiuno (ossia un solo, frugale, pasto di magro alla sera) o entrambi assommavano a circa 160 in un anno. Le due cose appaiono contraddittorie così, mentre scrivevo il mio ultimo libro “La tavola è festa. Cibo, riti e ricette di Sicilia”, ho voluto approfondire la questione; questione che, ho scoperto, è stata al centro di un dibattito teologico che inizia alla fine del I secolo e che attraversa buona parte della storia. In estrema sintesi, ciò che differenzia profondamente l’astinenza e il digiuno della religione cristiana dai tabù alimentari delle altre religioni è il presupposto concettuale: soggettivo nel cristianesimo, oggettivo nelle altre religioni. Il musulmano e l’ebreo che rinunciano alla carne di maiale, lo fanno in virtù della caratteristica oggettiva dell’animale che è impuro; analogamente il vegetarianesimo degli induisti e, seppur non obbligatorio, dei buddisti, nasce dalla oggettiva circostanza che per mangiare un animale bisogna ucciderlo; il cristiano che, in determinati giorni, rinuncia a cibi di origine animale lo fa in virtù di una scelta soggettiva che nasce dalla volontà di emulare il sacrifico di Cristo e di mortificare il corpo per affermare il primato dello spirito.

Oggi, però, i differenti approcci concettuali trovano un punto di contatto nella necessità di costruire un’etica condivisa e universale del cibo che tenga conto della sostenibilità sociale e ambientale. Quale senso avrebbe oggi per un cattolico osservare rigorosamente i giorni di precetto e, nei giorni liberi, consumare a dismisura in spregio di fenomeni globali quali la denutrizione e malnutrizione (che affligge quasi un miliardo di persone al mondo, numero destinato ad aumentare a causa del conflitto in corso in Ucraina) e il surriscaldamento del pianeta (causa di fenomeni climatici sempre più violenti) che è fortemente influenzato dagli allevamenti intensivi di bovini?

La strada obbligata, per tutte e tutti a prescindere dal credo religioso di ciascuna e ciascuno, non può che essere una nuova sobrietà ispirata a regole di consumo consapevole. Il consumo consapevole esclude, ad esempio, le carni da allevamenti intensivi, privilegia il pescato locale preferibilmente di specie eccedentarie, sceglie frutta, verdura e ortaggi a filiera corta, bandisce tutte le super offerte che nella GDO (grande distribuzione organizzata) sono frutto del perverso meccanismo delle aste a doppio ribasso che comprimono diritti e tutele dei lavoratori, abbassano la qualità del prodotto e mortificano l’impegno dei produttori.

L’obiezione più frequente è che le famiglie sono in difficoltà economica e non possono permettersi il lusso del consumo consapevole; ma il consumo responsabile non è un lusso e per diverse ragioni: il prezzo che non paghiamo alla cassa del supermercato, lo paghiamo in termini di salute e di danno ambientale. Certo, è un prezzo che non vediamo nell’immediato ma, nel tempo, è un prezzo assai più salato; la Società Italiana di Pediatria evidenzia, da tempo, come sia in aumento costante l’obesità infantile e come, di conseguenza, siano in aumento, tra i bambini, malattie come l’ipertensione, l’ipercolesterolemia, il diabete di tipo 2. Quanto costa allo Stato e ai genitori curare queste malattie? Siamo, allora, così sicuri che abbiamo davvero risparmiato alla cassa del supermercato?

Coniugare bilancio familiare e consumo consapevole e responsabile si può imparando a scegliere bene cosa mettere in pentola e nel piatto; occorre un percorso di crescita culturale collettiva e condivisa nel quale scuola e parrocchia possono, e devono, essere protagonisti.

Nutrirci rispettando le persone e l’ambiente: è questa la sfida che dobbiamo vincere, insieme. E’ questa la strada perché la nostra tavola odori di santità!

  • Pubblicato sul numero tipografico di Cammino del 6 maggio 2022 –  Richiedi la copia nelle edicole parrocchiali.
  • Nella foto in evidenza l’ultima cena attualizzata da Gunduz Aghayev.
Condividi: