TERRASANTA: UN’ALTRA CROCE NEL VOLTO DELL’UOMO
Gerusalemme, crocevia delle tre grandi religioni monoteiste, casa di tutti, città storicamente capace di custodire le differenze visibili nei simboli delle stesse religioni, le moschee e i muezzin , i luoghi di Gesù con le loro campane e le comunità appartenenti a culti differenti, il muro del pianto con il silenzioso ritmo della preghiera salmodica.
Un buio nell’orizzonte del domani si apre a Gerusalemme, risuona in tutta la Terrasanta, si estende a macchia d’olio, tocca terre, spacca confini, azzera diritti. Il Comandamento di Dio ‘Non uccidere’ non trova spazio nella terra voluta da Dio, nella terra che ospita tutti i segni dell’Incarnazione di Dio. I passi dell’odio si susseguono veloci e le vittime (in questo caso i palestinesi di Gaza, di Gerusalemme, di tutta la Terrasanta, della Cisgiordania intera), musulmani e cristiani sembrano non dover avere più alcuna dignità. Rimangono i ‘senza volto’ nonostante i loro volti rimbalzino emaciati, uccisi, sofferenti su tutti i mezzi di comunicazioni che ancora hanno il coraggio e la dignità di mostrare la verità, per quanto atroce.
Decenni di lavoro e sforzi per la vita comune in Terrasanta portati avanti da tante Comunità capaci di dialogare e scommettere sulla convivenza rischiano l’azzeramento. L’avidità di alcuni inscrive un’altra croce nel volto dell’uomo, come scriveva il teologo Clément, ‘turbinio che disgrega e indurisce’. Siamo testimoni storici, ancora una volta, di ferite e morti immotivate, feroci, prepotenti: in Terrasanta l’umanità è diventata invisibile dinnanzi agli occhi di un mondo incapace di difendere la Verità, muto di fronte alla ricchezza di capi di Stato assassini e sostenuti dalle lobby che non riescono a guardare oltre il proprio ombelico.
Chi è ancora in grado di discernere il bene dal male non può non vedere l’impotenza di padri e madri che non sanno come difendere la propria casa, la propria famiglia, i propri figli; l’infanzia negata, il dolore che trasuda da una terra intrisa di sangue innocente ha perso persino la forza delle lacrime.
L’informazione in Terrasanta è imbavagliata, i giornalisti vengono bloccati; tanti giornalisti sono stati uccisi. La debole economia di una Terra che ha vissuto sempre sostenuta dai pellegrinaggi è allo stremo.

Cosa dice oggi la Terrasanta, cosa vivono Betlemme, Gerusalemme. Lo racconta Adriana Sigilli, ospite costante della terra di Gesù. “Cosa significa vivere oggi a Betlemme? Le difficoltà non sono solo titoli nei telegiornali. Sono il risveglio al mattino con il rumore dei missili che attraversano il cielo. Strumenti di distruzione e di morte che passano sopra le nostre teste come un vento impetuoso che irrompe nelle case e nella quotidianità. Non li vedi sempre. Ma li senti. E quando li senti, il cuore si ferma per un istante. Siamo tornati indietro nel tempo, come nelle guerre passate. Si fanno scorte di cibo. La benzina non arriva più, ed è difficile trovarla. Chi ne possiede un po’ la conserva come un bene prezioso, nel caso ci fosse un’emergenza. Ma dove si va? La città è blindata. I posti di confine tra Betlemme e Gerusalemme sono quasi tutti chiusi. Anche le “porte gialle”, le nuove barrire attorno alla città sono deserte. Pochissimi possono entrare o uscire, solo chi ha un permesso. La tensione è altissima. Si percepisce nell’aria. Anche i giovani soldati hanno paura. Ragazzi poco più che ventenni, con l’arma in pugno, sempre puntata verso chi deve passare. Basta un piccolo movimento, un gesto frainteso, un passo non compreso, e l’allerta sale. In un attimo la tensione può trasformarsi in aggressività. È questa paura dell’aggressività, oltre al rumore della guerra, che genera ansia profonda. Non solo il fragore dei missili, ma l’imprevedibilità dei gesti, la fragilità umana da una parte e dall’altra.
Eppure, dentro tutto questo, la gente non vuole lasciarsi rubare la vita. Oggi dei genitori festeggeranno il primo compleanno di Sofia. Un anno. Nata durante questa guerra. Una torta, una candela, un sorriso che resiste. Un piccolo spiraglio di normalità in tempo di guerra. Qui si impara a custodire la vita più di ogni altra ricchezza. Si impara che gustare un attimo di pace è il dono più grande che si possa ricevere.
Betlemme è la città del Natale. È il cielo che ha visto brillare la stella. È il cielo che ha indicato ai Magi la via verso la grotta dove è nato Gesù. Quel cielo, che ha custodito una luce di speranza per l’umanità intera, oggi è costantemente violato. Razzi e missili attraversano l’aria sopra la nostra terra. E ogni volta il pensiero corre: dove andranno a colpire? A chi toccherà questa volta?
A Betlemme non ci sono rifugi come a Gerusalemme. Le famiglie restano in casa. Si stringono. Rafforzano l’abbraccio della famiglia, l’abbraccio della comunità. Si aspetta. C’è sempre
questo senso di attesa: che il minuto dopo sia migliore di quello che stiamo vivendo ora. Un’attesa carica di paura, ma anche di una speranza ostinata che non vuole spegnersi. La guerra non è solo una questione geopolitica. Entra nei sogni. Entra nei disegni dei bambini ”.
Sì, i disegni dei bambini. Da troppo tempo i bambini, in Terrasanta disegnano armi, draghi infuocati, soldati… ma rimangono invisibili!

Interpelliamo ancora Adriana su Gerusalemme, “ Cari amici, qui a Gerusalemme le giornate scorrono veloci, ma senza la possibilità di programmarle davvero. Non sai se riuscirai ad andare a fare la spesa, a fare una semplice passeggiata o a partecipare a un momento di preghiera. Tutto è sospeso, tutto è legato a ciò che accade: agli allarmi, alle allerte improvvise che ti costringono a fermarti e a cercare riparo. Anche quando il pericolo sembra lontano, entra dentro. Ti abita. Ti mette in una condizione psicologica di continua attenzione, di incertezza”.
A tutto questo aggiungiamo il diniego al patriarca mons. Pizzaballa di celebrare la domenica delle Palme nella Basilica del Santo Sepolcro. Diniego coperto da falsi ripieghi! Ma purtroppo si sa da molto tempo (per chi vuole sapere!) che in Terrasanta anche le comunità cristiane vengono vessate. Adesso si rimane in attesa della Pasqua, una Pasqua in cui ancora una volta il Cristo Crocifisso porta dentro di sé il peso della morte innocente, del dolore, delle lacrime. Il Volto sofferente di Cristo martoriato e inchiodato sulla Croce guarda anche la continua ‘banalità del male’, la presunzione dei potenti, i peccati di omissione, l’assurdo teatrino dei politici di turno, la vergognosa approvazione di leggi che oltraggiano la persona.
Guardiamo alla Terrasanta nell’oltre che ci fa tornare al Volto di Cristo, alla Verità che esprime, alla scelta degli ultimi, degli umiliati, dei perseguitati, degli offesi. In loro potremo specchiarci e ritrovare la Risurrezione!
